mercoledì 22 giugno 2016

Don Milani, le recenti elezioni amministrative e una riflessione (spero) di lucidità.

Se ci fosse ancora Don Milani, sarebbe davvero disgustato dll'Italia politica e dal PD. 
Ne sono sicuro. Ed è paradossale, almeno in apparenza.
Io credo che l'errore di aver assorbito la parte democristiana (cattolica che dir si voglia) nella compagine della sinistra, sia stato un errore micidiale. E non perché cristianesimo e pensiero socialista o comunista non abbiamo tangenze, ma perché è proprio la radice prima dell'atteggiamento e dell'approccio verso la società e verso la politica che divergono in modo impressionante.

Quando Don Milani parlava della sua visione del mondo e dell'educazione, era immensamente più a sinistra di qualsiasi uomo o donna attualmente attivi nel PD. Era immensamente più laico, più autenticamente proteso verso il miglioramento delle condizioni dell'uomo e verso il superamento delle origini della povertà e delle disuguaglianze. In questo non era cattolico, nell'accezione politica intendo.
Il Cattolicesimo politico, infatti, non cura le origini del disagio. Ne cura solo gli effetti in modo assistenziale. Ed anzi: ha bisogno del disagio grazie al quale trova ragion d'essere la sua filosofia di aiuto e sostegno dei bisognosi. Il Cattolicesimo politico ha bisogno dei bisognosi per attivarsi ad aiutarli.

La sinistra, quella vera, quella che non esiste più, desidera che non vi siano i bisognosi. Desidera risolvere le questioni che stanno alla radice del disagio per annullarlo. E per fare questo, prevede un riassetto dell'intera società che abbassi i livelli di benessere di chi il disagio non sa nemmeno cosa sia. Peccato che, oggi, nel PD, sia proprio chi non sa cosa sia il disagio a professarsi paladino (e poi neanche tanto) dei bisognosi. E non ha affatto intenzione di abbassare i propri livelli di benessere. Avendo assorbito il cattolicesimo politico, anche il PD oggi cura al massimo gli effetti senza preoccuparsi più delle cause.

Ecco perché vincono le destre, perché vincono i 5 stelle:

1) perché chi ancora crede nella sinistra vera, quella che cura le radici del disagio, non la trova più e prova ribrezzo per il liberismo diffuso che ha intaccato in profondità anche il PD;

2) perché curando gli effetti (in modo demagogico) senza preoccuparsi delle cause, il PD insinua sfiducia in contesti complessi e problematici che necessitano dialogo e rassicurazioni effettive:

3) perché l'alto tasso di corruzione e non limpidezza nel dialogo e nell'agire, provocano (unitamente, ora, all'arroganza di un premier che ignora concetti basilari come il rispetto e l'equilibrio dialettico) un senso di rivalsa da parte chi vuole aria pulita, anche con superficiale qualunquismo (i 5 stelle saranno anche mossi da sinceri aneliti di rinnovamento, ma non brillano certo per capacità di analisi e di intervento);

4) perché, fedele a se stessa, la destra razzista e reazionaria è l'unica compagine politica che sa mantenere fede alle proprie promesse. Perché? Perché sono promesse facilissime da mantenere essendo dettate da schematismi rigidi, totalitari, populistici, semplificanti.

La sinistra si occupa(va) della complessità del sociale e cerca(va) di dare risposte complesse; la destra semplifica e pone risposte nette e banalizzanti. Il cattolicesimo politico non offre risposte che non siano di assistenza, minimamente interessato alla soluzione di problemi dirimenti che invece sarebbero priorità dell'azione di governo.

Il dolore della vittoria della lega a Cascina mi ha scosso in profondità. Ho potuto apprezzare l'operato della giunta sconfitta confermando una volta di più che locale e nazionale ormai son realtà non coincidenti. Però un'analisi di coscienza è necessaria e forse, dobbiamo prendere atto che la sinistra, quella della rivoluzione sociale (che non significa altro che ripensare la società in una maniera più equa ed ugualitaria), al momento è morta. Che un cattolicesimo politico, un tempo attivo nello scomparso settore del centro, ha esteso la sua pratica laddove un tempo c'era altro, oltretutto avvelenato da influssi ventennali, spirati da destra, carichi di un liberismo che, alla faccia di qualsiasi revisionismo storico, la sinistra non avrebbe MAI e poi MAI dovuto accogliere.

Il sistema va cambiato.
Non coi proclami facili né con semplificazioni presunte. E dico questo perché Don Milani diceva che parlare chiaro e semplice è importante ma che quel che si dice è tutt'altro che semplice. Lo scopo di chi forma la società, e dunque di chi la governa, deve essere parlare chiaro e semplice di temi tutt'altro che semplici.
Oggi invece, si banalizza e si semplifica tutto. E così si provoca dolore, smarrimento si falciano i diritti, si dimenticano le conquiste, si perde il senso autentico del sistema integrato.
E la democrazia, unico e vero sogno luminoso e reale occidentale, perde di senso.

Il sistema va cambiato. E sono certo che se ancora ci fosse, Don Milani sarebbe disgustato da questa Italia e da questo PD. Oltre che da tutto il resto. Operare il cambiamento si può. Lo si fa ripartendo da quello che di buono c'è: la scuola (finché terrà se terrà), la cultura che deve essere diffusa, capillare, irraggiarsi dal basso e non dai salotti; da un senso attivo di solidarietà laica, di intervento per cambiare le radici del male e non i frutti; di accettazione di diminuire i propri privilegi e il proprio benessere per permettere a tutti di stare al mondo meglio e con più dignità. ed insegnando, come Don Milanoi diceva, la lingua. Perché la lingua ci fa uguali e mai come ora dalla società civile e dalla politica si riceve un senso di svilimento, di impoverimento e manipolazione strumentale di questo che dovrebbe essere strumento principale di emancipazione e libertà.

Che ne dite?

domenica 31 gennaio 2016

La famiglia. Ovvero la schiavitù.


In questi giorni si parla troppo di famiglia.
Se ne parla troppo in modo sbagliato.

Un fiume di parole e saperi inquinati muove alcuni, tanti a dire il vero, nella sterile difesa di un concetto. Sì, perché chiunque scenda in piazza a reclamare la difesa della 'famiglia tradizionale' non può che accampare il vuoto. Difende un concetto e non una realtà. La realtà, anche in superficie, dimostra infatti da molto che quel concetto è in crisi, che non esiste più, anzi, che forse non è mai esistito.
E' un fiume sporco, senza trasparenza.

Io reputo utile, a volte, risalire alla fonte dei fiumi, anche quelli inquinati. Lassù, alla fonte, le cose si riordinano e una trasparenza inattesa ci aiuta a comprendere.
Amo l'etimologia delle parole proprio per questo.
Strutturalmente, per il lavoro che faccio, cercare l'origine dei termini è una cosa che produce incredibili connessioni e riflessioni.
Dunque. Eccoci alla sorgente della parola 'famiglia'.
Alla sorgente di un fiume inquinatissimo.

La parola ha origine latina. Per i romani il FAMULUS era il servo schiavo che apparteneva ad un patrizio. La famiglia per estensione, era l'insieme degli schiavi (che potevano raggiungere il numero di cento e più unita) sottoposto ad un unico PATER FAMILIAS, cioè ad un padrone, e delle persone giuridicamente sottoposte a costui.
Non entro nel merito del concetto, estremamente articolato e complesso della FAMILIA romana antica. Sappiamo che, in essa, per estensione, si annoveravano anche le persone che frequentavano con consuetudine la domus. Quelli che noi chiamiamo oggi amici di famiglia.



A me interessa, soprattutto, l'origine. Da quella non si scappa. rimane alla radice di tutto. Dunque la parola primitiva da cui deriva FAMIGLIA è il FAMULUS, cioè il servo, lo schiavo. Ovvero un essere umano che la legge non riteneva tale bensì considerava alla stregua di un oggetto. Una proprietà privata che apparteneva ad un uomo che, invece, era legalmente riconosciuto.
Negli sviluppi contorti e stratificati che l'istituzione familiare ha avuto nel corso dei secoli, le implicazioni legate alle istanze di pensiero e di controllo attuate dalle grandi religioni monoteiste cancellarono in apparenza l'antico profilo giuridico della famiglia. Ne venne fuori, nell'Occidente cristiano, un nucleo ristretto, fatto solo di rapporti parentali di sangue. Eppure, seppur scomparsi gli schiavi nell'accezione classica, nella famiglia i ruoli di subordinazione e sottomissione al 'capo' rimasero.

Dobbiamo attendere la fine dell'Ottocento e la letteratura del Novecento perché gli scrittori e il teatro contemporaneo svelino gli innominabili meccanismi costrittivi della famiglia. La famiglia borghese (ma anche quella contadina, ma anche quella aristocratica e anche quella proletaria) erano gabbie: soffocanti gabbie che vincolavano gli individui alla luce di una sorta di regolamento tradizionale costituitosi nei secoli sotto il beneplacito della religione e dei sistemi di potere per cui la moglie si sottometteva al marito e così i figli secondo gerarchie di anzianità. Inoltre, evidenza persino scontata tanto da divenire luogo comune, si sa che il matrimonio fu storicamente un contratto al quale l'amore, molto spesso, non partecipava. La schiavitù persisteva secondo nuove forme.



Poi giunsero le rivoluzioni culturali, i sovvertimenti del sistema borghese e in tempi recenti le famiglie hanno acquisito un'autenticità nuova. Si è giunti, almeno nei paesi più laici, alla creazione di una costellazione di nuclei autenticamente creatisi per affetto, per amore. Nuclei che possono essersi legittimati con matrimoni ufficiali oppure, e sono sempre più frequenti, si sono fortificati attraverso la convivenza.
Se le società si evolvono e le strutture che le compongono mutano, la famiglia di conseguenza si adatta a tali processi e si adegua.



La famiglia: cosa è oggi? Se ancora vogliamo chiamarla così, dobbiamo sgomberare la mente da ogni immagine mentale che si volti a guardare il passato, vicino o lontano che sia. Basta vedere cosa accadeva trentenni fa per comprendere che tutto è cambiato. e non in peggio.

Dunque: la famiglia non può essere più ritenuta la struttura istituzionale del mantenimento della specie. Questo è ciò che di fatto sostiene il pensiero cattolico dominante e la concezione reazionaria, conservatrice di una frangia di società a cui mancano cultura e capacità di riflessione critica.
E chi si appellasse al concetto di 'natura', sappia che nulla di più innaturale esiste della famiglia.
La famiglia non è il branco. Se i nuclei parentali più piccoli di certe specie di vertebrati, possono ricordarci le nostre realtà familiari, sarà comunque da ribadire che gli animali fanno questo per salvare la specie, si uniscono per sopravvivere, forse si amano (anzi, ne sono certo) ma non reclamano l'esclusività del modello. Il loro amore non dipende dal nucleo, piuttosto lo cementa a prescindere. e in questo suggeriscono un modo più autentico al nuovo mondo degli umani.

Ciò che noi chiamiamo famiglia, è una struttura artificiale con la quale l'uomo ha regolamentato da sempre il tessuto sociale. E' una delle tante, comprensibili e necessarie strutture che la civiltà si è data quando dalla tribù si è passati a più complessi sistemi di convivenza in grandi gruppi.
Molte famiglie - quanto meno quelle reali - sono oggi entità liberate dalla loro arcaica struttura di legami di servitù.
Le famiglie con cui si è quotidianamente in relazione sono nuclei nuovi, possono essere nuclei tradizionali, possono essere nuclei separati e ricomposti in nuove forme, sono nuclei allargati, sono entità formate a volte da un solo genitore o, grazie agli dei, sono anche formate da genitori dello stesso sesso.
Quale comune denominatore lega dunque questi complessi, differenti e fluidi crogioli di persone che possiamo chiamare famiglie? E' un tentativo. Il comune denominatore è un tentativo.
Il cercare, faticoso a volte e a volte persino disperato, di armonizzare il sentimento dell'amore e della sussistenza reciproca con il vivere caotico e complesso del nostro tempo.

Bastano due persone per fare famiglia.
E se a qualcuno sembra poco, riflettiamo sul ruolo di chi amiamo intorno a noi. Pensiamo agli amici per recuperare il senso più antico, romano, di famiglia come luogo degli affetti, degli intrecci. La famiglia moderna estende nuovamente una rete di relazioni allargate, accoglie gli amici, i compagni, le persone speciali che ci fanno stare bene, con le quali siamo a casa. Nel nido.
Ma per fare famiglia bastano due persone.
Due persone possono essere un uomo e una donna, un genitore e un figlio, due donne, due uomini. Da qui, ogni sviluppo è accettabile purché sia connesso ad un tentativo, ad un impegno serio nel portare avanti un progetto assieme.

Famiglia, ora, è provare a portare avanti un progetto assieme con impegno.
L'epoca durissima in cui viviamo non ci permette di dire molto di più. Per questo insisto sul termine 'provare a..'. Perché non possiamo promettere il futuro, mai come ora non possiamo farlo.
Dire 'per sempre' oggi è la menzogna più grande che si possa dire. Anche a un figlio.
Possiamo solo prenderci l'impegno a provare a costruire percorsi di impegno.
E questo è un diritto che deve appartenere a tutti.
Un diritto di esistere fuori e lontanissimo da quella schiavitù che sta all'origine di un termine, famiglia, che mai come ora, forse, deve essere sostituito.
A tutte le famiglie 'differenti', di qualsiasi natura esse siano vorrei dire, come insegnante e come cittadino, grazie: per tutti i tentativi che state facendo per costruire il futuro.










venerdì 1 gennaio 2016

Il futuro e il destino non sono la stessa cosa. Postilla per il 2016.



Eccomi, a quasi un anno dal mio ultimo, pigrissimo post. Tra gli impegni che mi sono prefissato per il 2016 c'è anche quello di tornare a curare questo blog. Manterrò la promessa? Lo spero.

Bene.

Sul nascere di questo nuovo anno, la mia testa ondivaga è approdata ad un'isola di pensieri in tema con il momento attuale, ovvero il transito dell'anno. Si tratta di un trapasso percepito da sempre come crogiolo denso di energie sotterranee. I Romani, non a caso, sigillarono questa soglia, ianua, con l'immagine del Dio che dà nome al primo mese, Giano, dio bifronte che con uno dei suoi due volti guarda indietro a ciò che fu e con l'altro si volge propizio al domani. Ecco: vorrei riflettere con voi, in breve, su questo concetto enorme eppure sfuggente che è il 'domani'.




Sì, perché in un simile contenitore semantico ricade una pluralità di concetti che utilizziamo spesso, forse non sempre nel modo più circostanziato. Due, soprattutto, sono quelli che mi piace accogliere: futuro e destino.

Il futuro è una sfera che la grammatica attribuisce al mondo dei verbi, spazio enorme e complesso, dove si distingue con incredibile perizia (soprattutto nella nostra lingua più che in altro) il livello dell'avvenuto, del ciò che avviene, del possibile, del perdurante, del probabile, del condizionato e, venendo a noi, di ciò che accadrà.

Proprio la grammatica italiana viene in sostegno, preziosa come sempre ( e del resto lo sapete, è uno dei miei grandissimi amori), a connotare il futuro secondo ciò che è. Ovvero ciò che accadrà. Sì, perché nella nostra lingua il futuro si esprime nel contenitore rassicurante del modo indicativo ovvero quel settore a cui competono i verbi della certezza. Non è un caso che in questo condominio formato da ben otto appartamenti, ben cinque siano destinati alla sfera temporale del passato. Nulla è più certo di ciò che è stato (e gli storici avrebbero da obiettare ma i logici no).

Un solo appartamento spetta al tempo presente, la cui evidenza si manifesta nel momento attuale e subito si spinge nell'immediatezza del trascorso recente (il passato prossimo, il tempo, come dico io ai bambini, che ci accarezza le spalle).

Due appartamenti spettano, invece, al futuro. Non è poco. C'è più spazio di certezza per lui che non per il presente! Perché? Intanto diciamo che, nella nostra lingua, se io dico 'domani verrò da te' io esprimo la certezza che domani sarà compiuta l'azione del venire da te. Si potrà obiettare che fra ora e domani può intercorrere qualcosa che vanifichi il mio proposito ma la lingua italiana ha pensato anche a questo. Se dico 'io verrò', esprimo determinazione affinché ciò avvenga. Se, invece, desidero mettere le causali, allora dobbiamo entrare in altri edifici modali ed ecco che congiuntivo e condizionale si sostituiscono all'indicativo. Via le certezze, ecco i se, le ipotesi, i ma, le architetture mentali... mi spiego:

1)'Verrei da te, se non fossi malato',
2)'Qualora non accadano intoppi, verrò da te'.

Nel secondo caso il futuro è minacciato dal congiuntivo' ma il concetto è diverso dal primo esempio.

1) Se dico 'Verrei da te', esprimo l'impossibilità a venire.

2) Se dico 'Verrò da te', manifesto la determinazione a venire, a fare di tutto a patto che non accada nulla che mi impedisca di realizzare la mia volontà.

Purtroppo nell'appiattimento linguistico corrente, da molto ormai accettiamo anche forme del tipo 'se non accadranno intoppi, verrò da te'. Il che non è concettualmente sbagliato purché si ribadisca che anche in questo caso il futuro esprime certezza. La suddetta frase infatti si traduce in: se ci sarà certezza che non accadano intoppi, sarà certo che vengo da te. Sarebbe meglio dire, per la legge dell'anteriorità, 'Se non saranno accaduti intoppi, verrò da te' ma ad oggi il così detto futuro anteriore è ormai quasi scomparso il che, ahinoi, significa aver rimosso una sfumatura essenziale. Ma di questo ulteriore sfaldamento non voglio parlare. Voglio rimanere in tema.



Mi chiederete voi: che c'entra tutto questo discorso farraginoso con l'anno nuovo?

C'entra eccome. Il futuro esprime se non una certezza, una determinazione. Non ammette l'insicurezza ambigua del congiuntivo (qualora venissi...) e nemmeno il senso tentennante e non conclusivo del condizionale (verrei se...). Il futuro ci dice che le cose accadranno. Perché tra due secondi, cinque minuti, domani, fra 10 anni, accadranno delle cose. Ed io posso stabilire che farò in modo che qualcosa che ci riguarda sia fra quelle.

Se io dico 'verrò', significa che cercherò di farlo ad ogni costo.
Ecco. Mi fermo qui al momento sul futuro.



Ora introduco il concetto di destino.

Perché?
Perché lo confondiamo col futuro e son due cose diverse. Il destino è cosa filosofica, per alcuni religiosa, per altri magica. E' cosa che si proietta nel futuro come se già vi abitasse, come se ci aspettasse da sempre quale mostro o quale giardino di delizie che altri hanno predisposti per noi da tempo immemore.

Il destino è un immaginario disegno precostituito, uno scenario già esistente che dovrebbe accoglierci, circondare il sentiero accidentato delle nostre vite quasi che questo percorso sia già programmato. Su di esso, sul destino, un po' come pensavano gli antichi Greci che pure, grazie ai loro eroi, provavano a controbatterlo, non si può fare alcunché. Le persone che credono nel destino, che vi si abbandonano (anzi, che credono di abbandonarvisi), si chiamano fataliste. L'aggettivo deriva dal greco fato che - appunto - indica l'imperscrutabile disegno (divino?) preconfezionato per ognuno. Le Moire, le tre dee che tessevano e recidevano la vita di ciascuna creatura, erano dette anche Fate. Le fate, poi son diventate altro: creature magiche, che interferiscono mutando, appunto, il destino degli eroi delle fiabe.

   


Voi capite, dunque, che se il futuro è cosa concreta, il destino viceversa è cosa magica, irrazionale, che ha a che fare più colle paure dell'oltre e dunque con le religioni ( o con la fede, forse).

Destino e futuro son dunque aspetti legati ad un campo semantico comune eppure diversissimi.

Il futuro si costruisce, dipende dalla nostra volontà, dalla nostra determinazione. Potranno accadere eventi che impediscano l'attuazione di quella volontà, ma essa, alla sua radice, non verrà meno.

Al contrario, il destino è un concetto indeterminato che esce dalla razionalità e ci spinge ad un atteggiamento passivo. Fidarsene (nel senso di affidarsi a lui) significa costruire un presente di indecisione, ambiguità e rassegnazione. Nel solido edificio del modo indicativo, non c'è spazio per lui. Gli competono le incerte traiettorie dell'ignoto e dell'illogico.

Chi ha cambiato il mondo, in bene o in male, chi ha inciso nella storia o più semplicemente nella propria esistenza, chi ha spinto ai cambiamenti, chi ha lottato per rivoluzionare lo stato delle cose, ebbene, ha creduto nel futuro e così lo ha costruito. Ha fatto sì che avvenisse ciò che voleva che accadesse. E se le avversità lo hanno ostacolato e magari frustrato, ebbene di quella volontà qualcosa si è salvato proiettandosi in avanti. In avanti ci spinge lei, la volontà.

Chi invece è fatalista, si affida al destino. E così produce null'altro che rassegnazione e ristagno. Affida ad altri il compito di mutare e permane nel suo stato. Che è uno stato di ambiguità. Non vi è tensione, proiezione attiva verso uno scenario che è tutto da costruire.

Il futuro non esiste. Accadrà. Saremo noi ad agirlo nelle intenzioni fattive che stabiliamo ora. Nessun futuro accade da sé. Esistono eventi concreti, sanciti nei complessi stati del modo indicativo, che lo rendono concreto (seppur ancora non esistente) quanto il passato e il presente (che invece sono esistiti e lasciano tracce documentabili).

Ora più che mai abbiamo bisogno di ricostruire per noi e soprattutto per i giovani, la voglia di progettare il futuro. Si rende imperativo scacciare il senso incombente e irrazionale di un destino soprannazionale verso il quale non si può far altro che subire. Rimettere il concetto di futuro al centro significa riconsegnare ad ogni individuo il suo posto nell'indicativo, affinché possa dire: io farò! Significa scacciare un fatalistico senso della predestinazione per riappropriarsi di un razionale, necessario, filosofico e - direi - europeo (nella migliore accezione) approccio alla vita.
Che ne dite?
Rimettiamoci a costruire il futuro.
Io ci proverò.










martedì 20 gennaio 2015

La didattica dell'Arte. L'arte nella didattica.

In questi ultimi tempi qualche zattera del mio passato si è accostata alla mia traiettoria presente.
Più cerco di convincermi di avere chiuso con la Storia dell'Arte e più questa torna a punzecchiarmi, a risvegliare un amore latente, a raccontarmi cose che in parte conosco e in parte mi affascinano perché devono farsi conoscere.
E siccome far conoscere significa scoprire, e ciò è quanto di più prezioso competa al mio mestiere attuale, quello di maestro, bene: l'Arte si è impigliata in questa diramazione attuale della mia vita. Mi rendo conto di tenerla viva nel mio quotidiano insegnare, di alimentarla negli incontri che faccio come docente, di usufruirne come immensa miniera nell'agire della professione.
Ho utilizzato l'arte (e sovente la musica) per fare storia, italiano, studi sociali.
L'ho fatto perché essa è documento, è testimonianza, è richiamo all'osservazione, è partenza, tappa o arrivo di un processo, è riflessione.
Inoltre, ed è forse la cosa pi potente, essa alimenta lo stato creativo della mente.
Dopo un contatto con l'Arte, quella vera, i bambini producono cose meravigliose. Il loro orizzonte inventivo si spalanca, alimentato da emozione e razionalità. ingredienti necessari per l'atto creativo.
A tenermi fermo su questa strada sono alcune realtà straordinarie che come specchi luminosi mi rimandano costantemente quanto dobbiamo perseguire questa via; far frequentare l'Arte ai bambini e ai ragazzi.

Nel territorio della Toscana Occidentale si muove, ad esempio, Sara Della Bianchina con la sua Piccola Gerbera. Basterà dedicare un po' di tempo al suo bellissimo blog per comprendere la densità e la bellezza delle proposte didattiche che si possono ottenere modellano percorsi in contesti d'arte (http://lapiccolagerbera.altervista.org/). Dalla Certosa di Calci al patrimonio ricco e ancor poco noto della Versilia, in un territorio che percorre strade antiche eppur quotidianamente vissute fra Pisa e la Lucchesia, Sara, storica dell'arte ed operatrice didattica, indica traiettorie, suggerisce collegamenti, crea una fitta rete di scambi e di proposte. E lo fa con il rigore di chi sa di cosa si parla e con la passione di coloro che amano profondamente quello che fanno. La grandezza di questa esperienza risiede non solo nella qualità culturale delle proposte [fra le tante, i percorsi interni alla monumentale certosa pisana, scrigno di un barocco tanto fascinoso quanto ancora sconosciuto ai più] ma anche nelle riflessioni che si incentrano proprio sul mestiere dell'operatore didattico di museo e sui rimandi ad esperienze altre, vive sul territorio, che si muovono su piani affini: teatro, laboratori creativi, librerie.



Nel binario sperimentale dell'arte contemporanea, si muove invece Giulia Beghé che opera per Artebambini anche nel Museo L.U.C.C.A. (http://www.artebambini.it/). Sono fresco di un'esperienza coi bambini della mia classe prima proprio con Giulia. Ci ha guidato con grazia e accortezza, nonché con competenza assoluta, nei meandri della Mostra sui Macchiaioli selezionando con cura poche opere perfette ad attirare le menti dei piccoli visitatori. Intervallando la visione dei dipinti con l'analisi di oggetti reali, scatole del passato, teatrini giapponesi, contenitori di giochi d'altri tempi: l'arte si faceva viva, reale, palpitante documento di fronte ai bimbi affascinati. L'esperienza si è conclusa con un laboratorio creativo concepito sul tema della macchia e lì ho potuto constatare quanto il contatto fecondo con l'arte, ovviamente tramitata da specialisti con competenze peculiari, sia un evento che, come ho avuto modo di dire proprio recentemente in altro contesto, accende una miccia che non si spegne più.


Confermato, dunque, nel senso della mia personale ricerca di insegnante, sento di dover ringraziare Sara e Giulia per il lavoro che svolgono coraggiosamente. Io spero (ma ne sono sicuro) che sappiano quanto è prezioso, eticamente elevato il mestiere che hanno scelto di fare. Un mestiere che ho conosciuto, un lavoro che in questo paese ingiusto ancora non esiste in modo codificato (un lavoro invisibile) e che spesso vede frapporsi difficoltà di ogni ordine e genere (non ultima la gestione dei beni culturali) al suo esito che è tanto determinante per la cittadinanza.
La scuola necessita di queste professionalità e di questi contatti. Vivificano, aprono prospettive.
Lanciano sassi che smuovono l'acqua della mente.
Fanno pensare.
Rendono l'approccio col bello una cosa sensata e non puramente estetica.
Care Sara e Giulia, avvicinare i bambini all'arte è costruire una cittadinanza consapevole.
Io di questo ne sono sicuro. Vi prego, continuate.
Grazie. Di cuore.
Grazie.



mercoledì 5 novembre 2014

Il mare, l'accoglienza, il congedo: teatro InBiLiKo e le narrazioni dall'abisso.



Che le divinità del mare siano divinità imperscrutabili è cosa nota. Ed è noto, anche, che siano spesso divinità cattive. Che giocano con la vita degli uomini, che si trasformano per mentire, che seducono e uccidono. Marén è uno spettacolo che parla di divinità marine. Di dee. Parla di un mare femmina, una mobile e proteiforme generatrice che dona vita e la toglie a suo piacimento. Un mare umorale, isterico a volte, direi quasi uterino se non rischiassi di apparire politicamente scorretto. Marén è anche uno spettacolo, una danza, un viaggio con una fortissima impronta meridionale, anzi, tropicale. È uno spettacolo speziato, frastornante. Le spezie che qui si assaggiano sono miste, mischiate, sovrapposte e non guidano in modo chiaro bensì confondono, inebriano, respingono, seducono, soffocano. Chi cerca un testo teatrale prima che un’azione, non entri nemmeno nel cerchio magico delle sette sacerdotesse. Rischierebbe nel migliore dei casi di rimanere deluso. Nel peggiore, di morire affogato. Il testo, quando c’è, è quasi secondario all’azione. Ed è comunque un testo meticcio, che non chiede d’essere compreso nelle sue componenti narrative, bensì nel suo potere evocativo. Non è un testo, anzi. Sono brandelli di testo. Il testo è la superficie del mare ma ciò che conta è l’abisso che vi sottende. Pezzi di oggetti trovati sulla battigia, come quelli utilizzati nella scenografia dello spettacolo. Pezzi di testo. Ogni astante potrà raccogliere quelli che vuole e leggerli come meglio crede, montando la propria storia. I 28 spettatori entrano a gruppi di 7. Sette è il numero delle femmine. Sette è il numero delle ‘gambe di donna’. Sette sono gli spicchi di un ombrello-medusa che piano piano si comporrà sulla scena ad accogliere le altrettante ripartizioni di uno spazio magico, un cerchio delle streghe dove avvengono cose, dove si muovono corpi, dove si evocano questioni che salgono su dall’abisso. Entrati, si viene stipati su un’ipotetica spiaggia. Il centro illuminato dello spazio ospita un’istallazione contemporanea costituita dall’intricato intreccio di 28 sedie. Sedie impagliate. Lo spazio risuona del canto nenioso, per nulla rassicurante, di sette santone cubane biancovestite. Indossano turbanti eloquenti, colorati. Alcune hanno pendenti, altre collane di legni. Cantano, sorridono, la loro voce si insinua nello spazio come il sibilo di sirene. Le signore sono pronte per un rito, lo si capisce. E noi siamo testimoni di questa attesa sacra. Si percepisce un’atmosfera di santeria, di sospensione fra sacralità pagana e accenni di cristianesimo coloniale. Ma è un Sud ideale questo, un luogo non luogo che sta fori dal tempo e dallo spazio che conosciamo. Può esser un ogni dove, in un momento indistinto di una storia che si conosce per emozioni e non per nozioni. Siamo nel Sud. In un Sud afoso, soleggiato. Che convive con la risacca del mare. Un luogo archetipico di emozioni ventrali, di coralità ripetute, di esplosioni incontrollabili di energie vitali. Dove si gioca con cose ancestrali. E si muore. Dove le donne sono alleate di quell’immensa divinità femmina che lambisce l’intero spazio della vita. Quelle sedie iniziano a fluttuare nel vuoto. Le sacerdotesse invitano gli spettatori a seguirle. Sono richiami ambigui, non è rassicurante seguire le traiettorie di quelle sedie volanti che conducono i 28 prescelti alle loro postazioni. Teatro scomodo. Nel senso che apre fin da subito l’incognita del non sapere dove si va a parare. Che divide le coppie, gli amici. Li relega ad angoli distanti. Immerge in una solitudine che chiarisce subito una cosa: di fronte al mare siamo soli. Spettatori e soli. Quando il canto finisce, siamo pronti per il rito. Ciascuno potrà viverlo solo dalla sua prospettiva. Ciascuno lo vivrà in modo diverso. Ecco allora che le sette donne si fanno fanciulle irrequiete e sorridenti, ci raccontano di paesi lontani affacciati su spiagge di Caraibi. Si dirigono verso la spiaggia. Sulla battigia rinvengono cose, oggetti, frammenti di vita. Un cadavere incrostato di parassiti marini. E subito si avventano su quel corpo maschile, desiderose. Desiderare un morto. Apprezzarne la fisicità seppur sottratta all’alito della vita. Roba da far paura. Ma le sette dee manifestano la loro natura. Quella vera e terribile. Eccole scatenare una tempesta bianca, feroce, alitare venti e sollevare le onde di un mare lenzuolo su cui una scatola vascello sfida la sopravvivenza, perdendo la partita. Ogni via di fuga le è preclusa. Ogni volta che il veliero cerca di fuoriuscire da quel vortice di candore, una delle sette immense dee del mare la ricaccia nel centro. Alla fine il muro d’acqua si chiude sulla ciurma impazzita e fradicia. Finché l’abisso inghiotte tutto. Uccidendo. Ci sono immagini di abbacinante bellezza legate a questo sparpagliato sentore di morte. Cadaveri sulla spiaggia. Sotto il sole. Ed un gabbiano, mirabile fantasma che volteggia innanzi al cerchio degli astanti. Visione, suono, azione. Sembra di sentire echeggiare il malaugurante albatros di Coleridge. L’immagine sonora e visiva è di potente bellezza. Si parla della bellezza della morte. Ecco dunque che coi relitti trovati sulla strada, mentre si narrano brandelli di storia, si crea una sorta di fuso (bicicletta) che occuperà da qui alla fine lo spazio centrale della scena. Centro del mondo, del mare, dello spazio. Roteante perno dell’azione. Il richiamo è immediato alle Moire, le dee fatali che tessevano i fili della vita. Ma anche a certe fiabe che riconnettono a quell’oggetto girevole uno sgradevole senso di fatalità e di morte. A quel fuso-fungo, viene dunque incatenata una delle sette donne. Essa pare Ulisse legato all’albero, tanto desideroso di udire il canto delle sirene quanto spaventato dalla propria debolezza nel cedere alle loro lusinghe. La narrazione mescola le carte, confonde e somma i miti e le leggende. Si abbassano le luci e l’occhio luminoso della sacerdotessa-ciclope inizia a scrutare i volti degli astanti ruotando in una semioscurità che via via si accende di lontane pulsazioni abissali. Ecco Esteban. Il cadavere Esteban. (Il nome è quello del regista, è un caso o una sottile e ironica vendetta delle attrici-streghe rispetto al loro amato nemico dittatore?) Le moire decidono di farlo parlare. Di dargli voce. E lui parla. Parla dall’abisso che l’ha inghiottito e dove è rimasta la sua anima. Esteban sono 100 Esteban, Esteban non è un unico uomo. Non è il morto ritrovato sulla spiaggia e basta. Incarna mille voci di marinai traditi dal mare. Per questo egli parla attraverso ciascuna delle streghe. E ciascuna gli regala il colore, il timbro e la lingua dei paesi lambiti da un oceano che è crocevia di storie, Babele di traiettorie. Si parla pugliese, si sente il campano, un melodioso inglese, pure l’africano attraverso la lingua dei sordi… sono i 14 idiomi del mare con cui ogni Esteban rivela parti di sé, amore ed odio, attrazione e paura per il mare, spazio non umano abitato da pericolose sirene… a deep space. Deep and deeper. Si accende la festa. Scoprire la bellezza del cadavere accende nelle donne un senso di euforia sensuale e ridanciana. Esse lo ricompongono sulla scena, lungo una traiettoria obliqua. Gigante dai fascinosi attributi che nasconde un richiamo erotico tanto potente quanto perverso. Egli incarna l’alternativa alla mediocrità di una vita di rituale monotonia. Egli è l’uomo che esse non hanno mai avuto, l’alternativa ai loro compagni mediocri, abituali, comuni. Più morti di lui anche se ancora vivi. Seppur morto, egli costituisce un’evasione, l’alternativa. Ma anche in questo c’è qualcosa di terribile. Perché il suo corpo viene montato e poi smembrato da esse stesse. Madri e distruttrici, dunque, come quel mare che ha regalato alle donne del villaggio la magra consolazione di un corpo tanto bello quanto ormai corrotto dalla morte.




Veronica è un personaggio neotestamentario. È la donna che, durante il Calvario di Cristo, lo soccorse durante le cadute per asciugargli il sudore e il sangue dal volto. Sul panno ch’ella usò sul volto di Gesù, s’impresse l’immagine del viso divino. Quel velo rimane un feticcio millenario chiamato Veronica. Ci sono sette veroniche che oscillano nella penombra salmastra di Marén di fronte al volto degli spettatori. Dopo che il cadavere è stato compianto, amato, ammirato, Esteban-Cristo lascia la traccia del suo volto sui fazzoletti delle sacerdotesse e ciascuno dei presenti vedrà su quei fantasmi di stoffa il viso del proprio annegato. Uno dei 100 Esteban evocati dalla dea-ciclope, uno degli Esteban che parla uno dei 14 idiomi… Nel frattempo, dall’arcolaio magico - albero della cuccagna - totem sacrificale – altare collocato al centro dell’evento, si dipanano stoffe a raggiera e alle spalle del pubblico si distendono pareti di nitore. Si rimane chiusi dentro un padiglione di calura riarsa, sotto una medusa candida, dentro un pentacolo che lascia presagire la conclusione del rito. Sembra di starsene seduti su uno dei lunghi e sottili tentacoli di una gigantesca ofiura, elegante creatura dei mari, ennesima trasformazione o evocazione delle sette dee. Esse, le ancelle di Yemaja patrona dei naufraghi, dell’Oceano e delle donne incinte, generatrice e distruttrice, mutano forma nuovamente e tornano a dare voce al defunto. Si agglomerano così in una creatura gelatinosa, una di quelle misteriose entità marine di splendida trasparenza che danzano trascinate dai flutti. Corpi fluttuanti, pulsanti, autogerminanti. Da questo Proteo in lento movimento, emerge via via il volto e il corpo d’un Esteban che canta il suo essere morto. Corpo intriso d’alghe, poesia intrisa d’abisso. Questa è la parte dello spettacolo dove l’abisso e la superficie del testo si avvicinano nel modo più potente. Qua è bene udire, ascoltare. Si racconta del morire, dell’essere andati oltre, del dove si sta (o del non essere più) e del rinascere frutti che un bambino addenterà. Ma quando ciò avverrà, sarà altra vita. Un altro spettacolo. Un altro viaggio. Il sottobosco della medusa si popola di pezze colorate. I colori penetrano il nitore della spiaggia assolata. Si preparano altari. Per un sacrificio o per un funerale. Le sette sacerdotesse si dispongono sull’ofiura simili alle lavandaie celtiche del guado. La lavandaia del guado è una figura arcaica, dea dell’acqua e della tenebra. “Nella tradizione della letteratura sulle fate, la dea della tenebra è nota come “la lavandaia al guado”, uno degli aspetti della Morrigan ovvero “Grande Regina”. E’ lei quella che incontriamo al momento della morte fisica, quella che lava la nostra anima e la prepara alla rinascita. E’ un incontro ineluttabile. Ma possiamo cercare di incontrarla durante la nostra vita, in modo che il suo lavaggio tolga di mezzo consuete abitudini negative che ostacolano il nostro progresso”. Così scrive Hugh Mynne in ‘La via delle fate’. Così le sette dee si accingono a costruire corpi-feticci di bambino con asciugamani canditi e federe. Con quelle stoffe corporee, dunque, che lambiscono la testa, il corpo, l’intimità. Con lentezza rituale si compongono innanzi ai nostri occhi i corpi di sette fanciulli. Sette cadaveri. Sette Cristi, sette Esteban. Poi, con similare e simmetrica lentezza, i brandelli di questi fanciulli vengono immersi nell’acqua pura, lavati, rimestati. In un impasto che presagisce il rifluire dell’essere dentro una materia cosmica, plasmante. L’acqua. Da essa si viene, ad essa si torna. Alla faccia di quel terribile ed ingiusto fango di cui ci parlano le scritture mitologiche più brutte che si conoscano, quelle ebraico-cristiane. Prive di poesia ma pregne di peccato. Qua, in un mesto dolore, si ricorda invece che acqua eravamo e acqua torneremo. E ciò non sarà conciliante. Non sarà appagante. Perché il congedarsi può anche non essere drammatico ma non mai felice. Il prendere atto del congedo è qualcosa contraria alle leggi degli affetti. E anche a quelle della natura. La natura dona e prende, consegna e toglie senza criterio. Siamo noi che sentiamo il bisogno di vestire lo strappo, la sottrazione di un senso rituale che chiamiamo congedo. Dando senso a ciò che senso in sé non ha. Il congedo è l’ennesimo artificio dell’uomo che altro non è che una bestia cui è stata concessa la penosa condizione d’essere ‘razionale’. Noi siamo fatti per legarci e non per lasciarci. Anche le sette dee devono lasciare Esteban. Riconsegnarlo all’elemento acqueo che lo ha abbandonato sulla spiaggia al pari di tutto il resto. Per la madre oceanica Esteban è come il legno consunto del ramo, come la conchiglia spezzata, il frammento di vetro, la carcassa di un pesce, il relitto di un veliero, il maleodorante groviglio di sargassi… è una cosa come un’altra gettata sulla riva. Ora egli torna indistinto. Torna acqua. La sua anima ripartita in sette, viene appesa a sgocciolare. Si disfa perdendo consistenza solida. Torna alla sua origine. Si chiude così la lunga cerimonia delle sacerdotesse del mare. Il buio le trascina via con sé lasciando lo spazio pregno di suono. Suono sgocciolante di acque. Sarà possibile riscrivere una cosmogonia nuova che ci dica: ‘E in principio fu l’acqua. E l’acqua era femmina e generò l’uomo, dopo di che lo uccise per ricordargli ch’ella aveva su di lui potere di vita e di morte. Dunque lo generò di nuovo e lo gettò nell’Oceano perché imparasse a nuotare. Sulla superficie. E intanto, mentre lui tentava di sopravvivere, dagli abissi ella lo fece assaltare da immense paure per trascinarlo laggiù, nell’utero buio e umido dal quale tutto viene e al quale tutto torna’. Marén è uno spettacolo componibile, un caleidoscopio di suggestioni che ogni partecipante può costruire con gli elementi che meglio percepisce o preferisce. Ciascuno se ne viene via con un suo Marén, un suo viaggio, un suo percorso. Così, del resto, funzionano i riti. È dunque vero teatro, quello originario e dionisicaco che riconnetteva i partecipanti ad una funzione liberatoria, esorcizzante, pericolosa. Addirittura è così dionisiaco che le sette attrici a tratti diventano menadi. Sembrano le bacanti protese sul corpo di Orfeo per smembrarlo. E non fu un caso che la testa del mitico cantore, una volta dilaniato da quelle donne invasate, giungesse su una spiaggia trascinata dal mare…. Tutto ritorna. Esteban-Crito-Dioniso-Orfeo. Un quadrilatero inquietante. Marén oscilla fra teatro, danza, coreutica. Si tratta fondamentalmente di un coro, di un’azione drammaturgica prima di tutto visiva e sonora, poi anche testuale. È un’ennesima frontiera appena superata, un limite indagato e varcato con tutti i rischi e le potenzialità che ciò comporta. Alcuni difetti a detta di chi scrive: - la coralità musicale è talmente preponderante (si canta moltissimo, spesso) che le intonazioni e l’aspetto formale del canto vanno controllate decisamente meglio (soprattutto perché intralciati da stanchezza e fisicità perenne, le attrici tendono a perdere fiato e concentrazione sul tono). Il livello medio del canto non è all’altezza degli altri piani dello spettacolo per cui molto spesso disturba e trasmette un’idea di impreparazione (specificamente in questo ambito rispetto al resto). - La prima metà dello spettacolo presenta fasi rumorose molto suggestive che rischiano però di coprire il testo. Ora, fermo restando che il testo non è la cosa più importante, non può nemmeno divenire un dettaglio trascurabile. Se un attore parla si presuppone che sia necessario udire ciò che dice. I tonfi, i rumori, il movimento spesso ottundono la voce. Molte attrici mantengono toni vocali inadeguati alla potenza della scena, il che smorza la tensione richiesta. - La scena finale del bambino di panni è bellissima però l’immersione dei pezzi, altrettanto lenta della loro costruzione, diviene oggettivamente pesantissima. Nonostante la bellezza e la bravura delle attrici, si percepisce che ciò è determinato da loro ricerche personali ma ciò non trova adeguata rispondenza nella soluzione formale che un prodotto artistico deve avere. In sintesi: quella lentezza nell’immersione ha senso per le attrici, non per il pubblico. È l’unico momento dello spettacolo in cui ho pensato che stavo provando fatica, anzi! Si rischia di perdere la sensazione di bellezza struggente del momento precedente quando le sette madri compongono il figlio pezzo per pezzo. All’inizio ci si chiede cosa sia, poi si comprende e ci si commuove…. La parte dello smembramento e della lavatura appesantisce e toglie commozione. Una soluzione più snella non toglierebbe nulla, anzi, darebbe ancor più valore a questa mesta scena finale. Detto questo, si tratta di uno spettacolo da vedere e rivedere, da studiare in profondità (perché di profondità parla) da tute le più possibili angolazioni… Rimanendo in tema di numeri simbolici, si tratta di uno spettacolo che sarebbe opportuno vedere almeno 28 volte! Con riconoscenza.

mercoledì 22 ottobre 2014

Attenzione agli aggettivi sostantivati. Possono nuocere.

Riflettere sulla lingua è una deformazione professionale per me. Cercare di capire i meccanismi profondi e di superficie mi aiuta a collocarmi nel cuore di un epicentro che irraggia molteplici rami di senso ovunque, in ogni direzione. Ragionare sulla lingua porta a capire le sedimentazioni della storia, l'importanza del ragionamento e della logica, la non casualità dei perché, gli scopi e gli effetti della comunicazione (sia essa buona o cattiva), le barriere terribili che le lingue erigono fra gli uomini (anche all'interno di una stessa lingua condivisa), i pericoli nascosti e le potenzialità inespresse. Insomma, la lingua, ogni lingua, è un universo complesso, disseminato di costellazioni. E vi sono distanze negli orizzonti da essa sottaciuti, che possono persino spaventare per chi intenda percorrerla fino alle sue verità.
Bene.
Ragionavo in questi giorni, mentre guido andando a scuola o tornando dopo ore di lavoro coi bambini, sul rischio altissimo della sostantivazione dell'aggettivo, che è moda tutta attuale frutto di un diffuso, cattivo uso della lingua soprattutto in quella landa sconsolante, arida e ormai avariata che il giornalismo.
L'aggettivo, soprattutto quello qualificativo, esprime un valore aggiunto, denominato attributo, ad un soggetto o ad un complemento. Diciamo che si aggrappa ad un sostantivo come una malia, come un incantesimo. Su quel sostantivo l'aggettivo riversa un potere ancestrale e fortissimo, ne sposta il centro, il fulcro.
Se dico bambino, voi vedete qualcosa di generico. Al più pescate in voi un'immagine archetipica del bambino a voi più congeniale.
Ma come aggiungo al termine un aggettivo, ecco che tutto si addensa e si sposta altrove.
Dico bambino biondo, e voi subito restringete il campo degli archetipi visualizzando giovani teste color grano.
Simpatico bambino biondo, e saranno teste bionde e sguardi furbi o seducenti.
Bambino infelice: l'immaginario andrà ancora lontano.
Bambino marocchino: e di nuovo archetipi e stereotipi faranno a gara per salire dai vostri abissi interiori per disegnare un'immagine.
Bene.
Non che io sia amante della genericità. Anzi. Mi si critica spesso perché nel mio scrivere io abbondo di aggettivazioni. Le amo, ne ho bisogno perché penso che aiutino a circoscrivere e rendano le frasi dense di significati e di direzioni. Però, appunto, io sostengo l'aggettivo in sé sapendo quale insidia nasconda. Attingo con rispetto e cautela al suo antico potere che per gli Egizi, ad esempio, fu appannaggio del magico Toth, dio dalla testa di Ibis incaricato di registrare la complessa cerimonia di trapasso delle anime. A ciascuna egli affidava un aggettivo.
Legava la magica parola astratta ad un sostantivo concreto.
Al corpo regalava una sfumatura dell'anima, buona o cattiva.
Bene.
Cosa facciamo oggi?
Una pessima cosa. Per economia e per rafforzare i pregiudizi che tanto pullulano come la muffa nei tempi epocali di decadenza e tensione come quelli attuali, ecco che togliamo i sostantivi e lasciamo che le pericolose parole antiche, gli aggettivi, galleggino da sole prendendosi tutto, mangiandosi il senso e sovvertendo la logica.
Per cui se una persona di origini albanesi, una persona albanese dunque, in stato di ubriachezza al volante, travolge ed uccide qualcuno, noi non diciamo questo bensì riportiamo che 'Un albanese ha ucciso qualcuno'. Voi capite subito che qualcosa non va. Non va perché la sostantivazione dell'aggettivo, come una calcificazione ossea, ha prodotto un'anomalia. La vaghezza insita nel sostantivo 'persona' scompare. L'aggettivo, però, anziché circoscrivere, fa propria quella vaghezza e, per cortocircuito, la muta in genericità.
Pericolosa genericità.
Gli albanesi uccidono in stato di ubriachezza.
Chi sono gli albanesi? I rumeni? Gli africani?
Queste generiche masse di aggettivi che hanno perso i corpi solidi seppur indefiniti a cui appartenevano? Perché vedete, io credo così che si perda il senso della solidità. Che la nostra lingua diventi debole di senso e ed invece cattiva come lama che taglia.
Si potrebbero fare molti casi, anche legati alla scuola. I bambini marocchini divengono spesso marocchini. Si possono talora udire insegnanti che dicono: 'Che ci vuoi fare, il mio marocchino non parla bene l'italiano è arrivato solo un anno fa.'
Il mio marocchino significa il mio alunno marocchino.
Che significa il bambino di origini marocchine che si trova nella mia classe.
Ma se omettiamo il sostantivo, ecco che di lui rimane solo il pericoloso generico addensato di poca conoscenza e pregiudizio che alberga su quel termine.
Non conta che sia bambino, che sia parte di un sistema (elementi questi che lo accomunano agli altri nel generico ma importante insieme spalancato dal sostantivo), conta solo l'attributo che l'aggettivo gli dona caricato della genericità dovuta alla mancanza del nome a cui si riferisce.
Così vorrei sentire dire le donne e gli uomini omosessuali e non gli omosessuali; vorrei sentire dire le persone tossicodipendenti, le donne casalinghe, le persone anziane, gli uomini separati, le persone disabili, i bambini dislessici, le persone extracomunitarie e così via...
Dovremmo dirlo al cattivo giornalismo, dovremmo fermare le discussioni populistiche, il chiacchierare tanto per farlo che non nuoce a chi lo pratica ma che è letale per chi ne è vittima.
Vi prego: unite sempre agli aggettivi il loro sostantivo.
Non concedete a queste belle o terribili parole magiche la libertà che un dio antico, dalla testa di Ibis, seppe giustamente imprigionare per contenere il loro sconfinato, dirompente potere.




sabato 11 ottobre 2014

Ha senso ancora insegnare?

E' un mese circa che è iniziata la scuola.
Sto vivendo il momento vertiginoso della conoscenza.
Ho 14 piccoli allievi di sei anni. Estatici, vivaci, irrequieti ma felici di scoprire. Mi piace stare con loro, frequentarli, ascoltarli e vedere, da posizioni defilate, come lavorano, come risolvono le varie problematiche che l'apprendimento, così come lo intendiamo nella mia scuola, pone loro.
Insegnare osservando è qualcosa di immensamente appagante.
Insegnare.
La scuola funziona come una sorta di bolla.
Anche se devastata, cadente, minata, mi protegge.
Come rientro nel flusso esterno della vita sociale, della politica, come mi affaccio sempre più arrabbiato, acido e corrosivo (perché penso che sia giusto così) nel dibattito schizofrenico dei social forum, vengo investito da una sofferenza, da uno sfiato d'abisso che mi percuote facendomi davvero male.
Alla fine ne ricavo, sempre, inesorabilmente, una visione del mondo, della società, dell'uomo e di me stesso che non mi piace, anzi, mi ributta, delinea con chiarezza un'amara realtà che sembra non potersi riscattare.
Alle soglie dei 40 anni la dimensione reale e sociale del pianeta e dei vari particolarismi a cui appartengo si è come spogliata di ogni ottimismo, d'ogni volontà di accontentarsi, di ogni tentativo di dire che c'è anche qualcosa di buono. Perché qualcosa di buono c'è, e io lo sottolineo a me stesso prima che agli altri. Ma il molto, il più che dipende da noi, non è buono.
Alla fine pervengo a questa conclusione: l'uomo è un animale.
Nulla di più.
Un animale. Che equivale a dire che ci siamo illusi che il pensiero evoluto ci rendesse altro. Siamo bestie. Capaci di coesione come di violenza, miranti all'autoconservazione per principi istintuali. Incapaci di accedere davvero alle sfere evolute del nostro apparato cerebrale.
Sappiamo disquisire e sfoggiare, ma raramente il nostro sapere (se c'è) è messo al servizio del gruppo sociale. Raramente ci modifica per renderci saggi.
E chi si gongola nella propria cultura, esternando cinismo o razionalità fitta di citazioni, partecipa dello stesso gioco di chi, invece, procede solo col ventre, sputa sentenze e non ha cultura per sostenere le proprie bassezze.
Manca la connessione.
Non c'è stata, nella nostra storia evolutiva, la capacità di equilibrare l'arcaica forza animale delle emozioni con le più evolute sostanze del pensiero complesso. Sicché o siamo bestie pensanti e sprezzanti o siamo bestie ignoranti e istintive.
Che senso, ha dunque, insegnare?
Cioè, mi chiedo, in che direzione deve procedere un animale docente di fronte ad una nidiata così bella di cuccioli sapendo già che il mondo esterno alla bolla è capace, in pochi minuti, di annientare ore e giorni di formazione? Di tentativi di connettere quelle emozioni a quel pensiero evoluto?
Sì, perché poi c'è la rischiosa sensazione di essere, in quanto insegnanti, superiori a questo stato animale delle cose.
Ed invece no.
Siam bestie anche noi.
Ma un senso io lo trovo. E su questo procedo.
Quando l'uomo pensa, si immerge in una dimensione superiore. Eleva il suo stato animale, puramente emozionale, ad un livello esterno di comprensibilità del mondo e di se stesso.
In certi momenti, questo stato di grazia, se e solo se sfugge il compiacimento o lo snobismo, produce un incanto assoluto che ci fa intravedere la grandezza dell'individuo, dell'essere in quanto tale.
Dobbiamo a quei momenti, i grandi monumenti del pensiero civile. In primis la nostra Costituzione. Basterebbe quella a guidarci su binari di equilibrio. Perché quel testo tanto ardito, riesce proprio laddove l'uomo, in sè, non riesce: a compenetrare in equilibrio ragione ed emozione, pensiero e memoria, riflessione e slancio, legge ed empatia.
Comprendo che ciò esista solo in un piano mentale, nelle idee e non nel reale. Questo, ormai, mi è chiaro. Io penso che la grandezza del nostro pensiero alberghi fuori di noi, sia uno spazio che creiamo come splendide architetture. Ma un grattacielo, anche il più bello, non è l'architetto che lo ha realizzato. Il dipinto più sublime non è il pittore che lo ha dipinto. Il testo più bello non è lo scrittore che lo ha scritto. La costituzione più splendente non è la società o il gruppo che l'ha pensata. Ciascuna di queste opere è migliore di chi l'ha progettata. Ma il grattacielo vuole il suo architetto, il dipinto reclama il suo pittore, non c'è libro senza scrittore, casa senza muratore, costituzione senza costituente.
Ed ecco perché insegno.
Perché ci siano bravi architetti, degni muratori, profondi scrittori, genitori capaci di amare con saggezza, uomini destinati a creare altre costituzioni, viaggiatori per un domani che non mi compete, orizzonti che non varcheremo noi. Forse migliori.
E poi, soprattutto, insegno per me. Per cambiare. Per cercare, faticosamente, l'equilibrio che possa rendermi, forse, un poco meno bestia ma più animale degno.
Forse.
Insegnare perchè forse...
E' già tanto.









martedì 10 giugno 2014

Una cosa bellissima



UNA COSA BELLISSIMA




Ieri sera è successa una cosa bellissima. Io ed Elisa, per sostenere il progetto 'Il sogno di un viaggio diverso', abbiamo creato un programma di 14 canzoni, 7 cover e 7 pezzi degli Actias Luna. Le eseguiamo in duo, voce e piano o arpa, o arpa e piano in alcuni casi. Abbiamo intitolato questo programma minimale '14 passi verso il sogno...' e abbiamo inventato la formula del concerto domestico. Chi vuole sostenerci ma magari non può o non riesce a fare la donazione online, raduna alcuni amici a casa e noi realizziamo questa piccola magia musicale. Ieri, appunto, abbiamo varato questa formula ed è accaduta una cosa bellissima. La mia collega Virna ha radunato le colleghe di Bozzano con famiglie ed amici nella sua piccola, graziosa casetta di Loppeglia, sulle alte colline della Val Freddana. Posto magico.
Ognuna aveva portato da mangiare qualcosa di preparato a mano: torte salate, torte dolci, affettati, formaggi, stuzzichini, buon vino da bere. C'erano anche dei bambini e dei ragazzi. L'atmosfera, fin da subito, è stata di rilassata convivialità. Nelle antiche strade ripidissime di Loppeglia la luce del tardo pomeriggio, caldo e denso della prima estate, scivolava verso le vallate verdi intorno. Nel silenzio del borgo si sentiva soltanto il ronzio di qualche insetto, lontani scampanellii di capre o pecore e le nostre voci ridenti. Io ed Elisa ci siamo sistemati in un angolo del terrazzino d'accesso alla casa. Alle nostre spalle, in basso, le colline ammantate di boschi oltre un'antica aia abbandonata. In alto un cielo serotino terso. Le persone si sono sedute sui gradini, altre per la strada, qualcuno sulle poche sedie collocate sul terrazzo. Il nostro concerto è iniziato così. E la natura ci è venuta incontro. La luna è sorta alle spalle di Elisa mentre cantava. Senza amplificazione. Il luogo potenziava la sua unica, struggente e colorata voce senza bisogno di altro che quella preziosa attenzione. Volti sorridenti, divertiti, poi commossi, poi di nuovo divertiti e poi affascinati. Io trovo speciale quando qualcuno ascolta la nostra musica con tanta grazia e tanta dedizione. Penso di ricevere un regalo unico. Si è fatta notte e alla luce di lanterne il nostro concerto si è intervallato a momenti conviviali, a risate, a confidenze. Qualcosa di straordinario da non dimenticare. Alla fine queste persone speciali ci hanno fatto la loro donazione. Preziosa, utile. Stamani essa è stata regolarmente versata sul progetto crowdfunding spingendo il nostro sogno al 38% della sua realizzazione. Ma la vera donazione è stata quel senso di accoglienza, di calore e di interesse sereno verso la nostra musica. Qualcosa che non potremo mai dimenticare e che rimane una perla luminosa della lunga storia del mio gruppo. Nel ringraziare tutti i presenti, molti dei quali non sono qua su Facebook, ricordo anche i nostri compagni di viaggio musicale Francesco Massagli, Gerard Bigfrancis Grooveman, Giovanni Nocera, Raffaello Terreni) che sono stati, nell'assenza, presentissimi in ogni passaggio. Un grazie all'ospitalità preziosa e attenta di Virna e Riccardo, a Giulia meravigliosa compagna di viaggio e a Miranda ed Elia, a Licia che si è emozionata con noi, a Sara, a Luca e i loro tre straordinari figli, a Ilaria, Tamara, a Fabiola, a Katia, a Barbara, a Cristina, a Samuele, alle amiche di Virna di cui non ricordo il nome ma che sono state attente e affettuose ascoltatrici. Grazie!

martedì 13 maggio 2014

Una riflessione a margine di Victor Hugo.

Sto leggendo 'I lavoratori del mare' di Victor Hugo. Me ne è capitata in mano una versione del 1928 tradotta in un italiano bizzarro, datato e pieno di formule così astruse delle quali a volte, a scapito delle situazioni descritte, rido come uno scimunito. Ma giuro che lo finirò in questa versione antiquata perché, per paradosso, la forza della storia narrata mi giunge insolitamente più integra che se usufruissi di una traduzione moderna. Premetto che Hugo non è un autore col quale risuono proprio benissimo. I Miserabili attendono ancora ch'io li finisca di leggere essendomi stufato dopo circa trecento pagine: le divagazioni, una vera ossessione limitante dell'autore, mi avevano fatto perdere gusto per il succo della storia. Penso che Hugo sia un mestierante della letteratura molto prolifico, capace di pagine superbe ma con un difetto imperdonabile: l'incapacità di condensare il filo narrativo. Idee splendide, potenti personaggi, trame contorte seppur funzionanti ma troppe, troppe divagazioni nelle divagazioni che si allontanano dal percorso tanto da confondere o annoiare. Manca a Hugo ciò che fu l'abilità massima di Dickens, ovvero la maestria nel comporre, nel mixare, nel montare ad arte una trama seppur frantumata.
Ma non è di questo che vorrei parlare anche perché non conosco tutta l'opera di Hugo.
Mentre leggevo la mia grottesca versione dei 'Lavoratori del mare', destreggiandomi anche qua fra mille divagazioni, sono incappato in due periodi di fulminante lucidità.
Eccoli:
'Il non distinguere è errore.'
'Esiste l'intolleranza dei tolleranti, del pari che la rabbia dei moderati.'
Che gusto particolare si prova quando uno scrittore riesce in poche, fulminanti parole a enucleare concetti che senti profondamente tuoi e che tu, però, avresti dovuto esprimere con almeno due decine di parole in più!
Io penso davvero che il non distinguere, il non sapere discernere, sia uno degli errori più gravi che si possano commettere. Questa frase lapidaria nasconde un mondo, un universo etico. Per chi insegna, ad esempio, essa dovrebbe funzionare come monito. Non solo perché l'insegnante ha il dovere morale di saper distinguere le infinite motivazioni di un percorso formativo fatto di conqusite, perdite e crisi, ma perché, soprattutto, compito di un educatore è quello di fornire strumenti per poter discernere. Non si insegna cosa è buono e cosa no. Si insegna a capire cosa è buono e cosa no. Si insegna a distinguere. Si offrono strumenti per comprendere la complessità senza banalizzarla. Distinguere è sinonimo di cogliere le differenze, percepire le sfumature, comprendere l'adeguatezza di ciò che avviene in un preciso momento e in preciso luogo. Si finisce così per recuperare un senso altissimo, perduto ed etico della forma, ad esempio. Forma e sostanza non sono cose divise, anzi! L'una è parte dell'altra. Saper distinguere ci restituisce piena percezione che le forme dell'essere e del comportarsi non sono pura educazione estetica bensì profonda percezione della sostanza.
Riguardo alla seconda frase, sono anni che polemicamente mi dichiaro avverso ai pensieri moderati, vagamente pacificatori, che esalano un astratto concetto di tolleranza (che, andrà ricordato, significa sopportazione). Pensando a certi intellettuali radical chic, a certi vegani modaioli dell'ultima ora, a questo amore di molti per i pensatori 'alternativi', di guru, di occidentali convertiti a forme patetiche di buddismo inconsapevole.... beh, ecco, trovo potentissimo ed attualissimo quanto espresso dallo scrittore francese. Perché è verissimo che in certe forme di ostentata tolleranza si nascondono invece convenzioni e rigidità incredibili così come è vero che in molti gruppi di presunti portatori di pace e moderati cova una rabbia latente determinata dall'insoddisfazione esistenziale di chi per castrazione psicologica, incapacità caratteriale, vissuto, non riesce a scaricare quell'emozione così umana. La rabbia viene così rimossa, soffocata, con procedimenti perversi e motivazioni altrettanto contorte. Cova dentro, avvelena l'anima, alimenta scorrettezze, invidie, atteggiamenti ambigui. Gli arrabbiati non rabbiosi, ahimé, sono quelli che riportano le parole dette alle spalle, che riferiscono le malignità, che attendono che altri possano dare voce e gesti alle loro soffocate frustrazioni. Cercano giustizia attraverso gli altri e in questo costituiscono uno dei pericoli più significativi della vita comunitaria.
Il vero tollerante non si proclama tale. Lo è nei fatti, lo dimostra.
La rabbia esiste e va accolta. Solo nel prenderne atto riusciamo a liberarla, darle una direzione e a ritrovare la pace. Trattenerla in noi, provoca solo pericolose ebollizioni.
Grazie Hugo!