martedì 20 gennaio 2015

La didattica dell'Arte. L'arte nella didattica.

In questi ultimi tempi qualche zattera del mio passato si è accostata alla mia traiettoria presente.
Più cerco di convincermi di avere chiuso con la Storia dell'Arte e più questa torna a punzecchiarmi, a risvegliare un amore latente, a raccontarmi cose che in parte conosco e in parte mi affascinano perché devono farsi conoscere.
E siccome far conoscere significa scoprire, e ciò è quanto di più prezioso competa al mio mestiere attuale, quello di maestro, bene: l'Arte si è impigliata in questa diramazione attuale della mia vita. Mi rendo conto di tenerla viva nel mio quotidiano insegnare, di alimentarla negli incontri che faccio come docente, di usufruirne come immensa miniera nell'agire della professione.
Ho utilizzato l'arte (e sovente la musica) per fare storia, italiano, studi sociali.
L'ho fatto perché essa è documento, è testimonianza, è richiamo all'osservazione, è partenza, tappa o arrivo di un processo, è riflessione.
Inoltre, ed è forse la cosa pi potente, essa alimenta lo stato creativo della mente.
Dopo un contatto con l'Arte, quella vera, i bambini producono cose meravigliose. Il loro orizzonte inventivo si spalanca, alimentato da emozione e razionalità. ingredienti necessari per l'atto creativo.
A tenermi fermo su questa strada sono alcune realtà straordinarie che come specchi luminosi mi rimandano costantemente quanto dobbiamo perseguire questa via; far frequentare l'Arte ai bambini e ai ragazzi.

Nel territorio della Toscana Occidentale si muove, ad esempio, Sara Della Bianchina con la sua Piccola Gerbera. Basterà dedicare un po' di tempo al suo bellissimo blog per comprendere la densità e la bellezza delle proposte didattiche che si possono ottenere modellano percorsi in contesti d'arte (http://lapiccolagerbera.altervista.org/). Dalla Certosa di Calci al patrimonio ricco e ancor poco noto della Versilia, in un territorio che percorre strade antiche eppur quotidianamente vissute fra Pisa e la Lucchesia, Sara, storica dell'arte ed operatrice didattica, indica traiettorie, suggerisce collegamenti, crea una fitta rete di scambi e di proposte. E lo fa con il rigore di chi sa di cosa si parla e con la passione di coloro che amano profondamente quello che fanno. La grandezza di questa esperienza risiede non solo nella qualità culturale delle proposte [fra le tante, i percorsi interni alla monumentale certosa pisana, scrigno di un barocco tanto fascinoso quanto ancora sconosciuto ai più] ma anche nelle riflessioni che si incentrano proprio sul mestiere dell'operatore didattico di museo e sui rimandi ad esperienze altre, vive sul territorio, che si muovono su piani affini: teatro, laboratori creativi, librerie.



Nel binario sperimentale dell'arte contemporanea, si muove invece Giulia Beghé che opera per Artebambini anche nel Museo L.U.C.C.A. (http://www.artebambini.it/). Sono fresco di un'esperienza coi bambini della mia classe prima proprio con Giulia. Ci ha guidato con grazia e accortezza, nonché con competenza assoluta, nei meandri della Mostra sui Macchiaioli selezionando con cura poche opere perfette ad attirare le menti dei piccoli visitatori. Intervallando la visione dei dipinti con l'analisi di oggetti reali, scatole del passato, teatrini giapponesi, contenitori di giochi d'altri tempi: l'arte si faceva viva, reale, palpitante documento di fronte ai bimbi affascinati. L'esperienza si è conclusa con un laboratorio creativo concepito sul tema della macchia e lì ho potuto constatare quanto il contatto fecondo con l'arte, ovviamente tramitata da specialisti con competenze peculiari, sia un evento che, come ho avuto modo di dire proprio recentemente in altro contesto, accende una miccia che non si spegne più.


Confermato, dunque, nel senso della mia personale ricerca di insegnante, sento di dover ringraziare Sara e Giulia per il lavoro che svolgono coraggiosamente. Io spero (ma ne sono sicuro) che sappiano quanto è prezioso, eticamente elevato il mestiere che hanno scelto di fare. Un mestiere che ho conosciuto, un lavoro che in questo paese ingiusto ancora non esiste in modo codificato (un lavoro invisibile) e che spesso vede frapporsi difficoltà di ogni ordine e genere (non ultima la gestione dei beni culturali) al suo esito che è tanto determinante per la cittadinanza.
La scuola necessita di queste professionalità e di questi contatti. Vivificano, aprono prospettive.
Lanciano sassi che smuovono l'acqua della mente.
Fanno pensare.
Rendono l'approccio col bello una cosa sensata e non puramente estetica.
Care Sara e Giulia, avvicinare i bambini all'arte è costruire una cittadinanza consapevole.
Io di questo ne sono sicuro. Vi prego, continuate.
Grazie. Di cuore.
Grazie.



mercoledì 5 novembre 2014

Il mare, l'accoglienza, il congedo: teatro InBiLiKo e le narrazioni dall'abisso.



Che le divinità del mare siano divinità imperscrutabili è cosa nota. Ed è noto, anche, che siano spesso divinità cattive. Che giocano con la vita degli uomini, che si trasformano per mentire, che seducono e uccidono. Marén è uno spettacolo che parla di divinità marine. Di dee. Parla di un mare femmina, una mobile e proteiforme generatrice che dona vita e la toglie a suo piacimento. Un mare umorale, isterico a volte, direi quasi uterino se non rischiassi di apparire politicamente scorretto. Marén è anche uno spettacolo, una danza, un viaggio con una fortissima impronta meridionale, anzi, tropicale. È uno spettacolo speziato, frastornante. Le spezie che qui si assaggiano sono miste, mischiate, sovrapposte e non guidano in modo chiaro bensì confondono, inebriano, respingono, seducono, soffocano. Chi cerca un testo teatrale prima che un’azione, non entri nemmeno nel cerchio magico delle sette sacerdotesse. Rischierebbe nel migliore dei casi di rimanere deluso. Nel peggiore, di morire affogato. Il testo, quando c’è, è quasi secondario all’azione. Ed è comunque un testo meticcio, che non chiede d’essere compreso nelle sue componenti narrative, bensì nel suo potere evocativo. Non è un testo, anzi. Sono brandelli di testo. Il testo è la superficie del mare ma ciò che conta è l’abisso che vi sottende. Pezzi di oggetti trovati sulla battigia, come quelli utilizzati nella scenografia dello spettacolo. Pezzi di testo. Ogni astante potrà raccogliere quelli che vuole e leggerli come meglio crede, montando la propria storia. I 28 spettatori entrano a gruppi di 7. Sette è il numero delle femmine. Sette è il numero delle ‘gambe di donna’. Sette sono gli spicchi di un ombrello-medusa che piano piano si comporrà sulla scena ad accogliere le altrettante ripartizioni di uno spazio magico, un cerchio delle streghe dove avvengono cose, dove si muovono corpi, dove si evocano questioni che salgono su dall’abisso. Entrati, si viene stipati su un’ipotetica spiaggia. Il centro illuminato dello spazio ospita un’istallazione contemporanea costituita dall’intricato intreccio di 28 sedie. Sedie impagliate. Lo spazio risuona del canto nenioso, per nulla rassicurante, di sette santone cubane biancovestite. Indossano turbanti eloquenti, colorati. Alcune hanno pendenti, altre collane di legni. Cantano, sorridono, la loro voce si insinua nello spazio come il sibilo di sirene. Le signore sono pronte per un rito, lo si capisce. E noi siamo testimoni di questa attesa sacra. Si percepisce un’atmosfera di santeria, di sospensione fra sacralità pagana e accenni di cristianesimo coloniale. Ma è un Sud ideale questo, un luogo non luogo che sta fori dal tempo e dallo spazio che conosciamo. Può esser un ogni dove, in un momento indistinto di una storia che si conosce per emozioni e non per nozioni. Siamo nel Sud. In un Sud afoso, soleggiato. Che convive con la risacca del mare. Un luogo archetipico di emozioni ventrali, di coralità ripetute, di esplosioni incontrollabili di energie vitali. Dove si gioca con cose ancestrali. E si muore. Dove le donne sono alleate di quell’immensa divinità femmina che lambisce l’intero spazio della vita. Quelle sedie iniziano a fluttuare nel vuoto. Le sacerdotesse invitano gli spettatori a seguirle. Sono richiami ambigui, non è rassicurante seguire le traiettorie di quelle sedie volanti che conducono i 28 prescelti alle loro postazioni. Teatro scomodo. Nel senso che apre fin da subito l’incognita del non sapere dove si va a parare. Che divide le coppie, gli amici. Li relega ad angoli distanti. Immerge in una solitudine che chiarisce subito una cosa: di fronte al mare siamo soli. Spettatori e soli. Quando il canto finisce, siamo pronti per il rito. Ciascuno potrà viverlo solo dalla sua prospettiva. Ciascuno lo vivrà in modo diverso. Ecco allora che le sette donne si fanno fanciulle irrequiete e sorridenti, ci raccontano di paesi lontani affacciati su spiagge di Caraibi. Si dirigono verso la spiaggia. Sulla battigia rinvengono cose, oggetti, frammenti di vita. Un cadavere incrostato di parassiti marini. E subito si avventano su quel corpo maschile, desiderose. Desiderare un morto. Apprezzarne la fisicità seppur sottratta all’alito della vita. Roba da far paura. Ma le sette dee manifestano la loro natura. Quella vera e terribile. Eccole scatenare una tempesta bianca, feroce, alitare venti e sollevare le onde di un mare lenzuolo su cui una scatola vascello sfida la sopravvivenza, perdendo la partita. Ogni via di fuga le è preclusa. Ogni volta che il veliero cerca di fuoriuscire da quel vortice di candore, una delle sette immense dee del mare la ricaccia nel centro. Alla fine il muro d’acqua si chiude sulla ciurma impazzita e fradicia. Finché l’abisso inghiotte tutto. Uccidendo. Ci sono immagini di abbacinante bellezza legate a questo sparpagliato sentore di morte. Cadaveri sulla spiaggia. Sotto il sole. Ed un gabbiano, mirabile fantasma che volteggia innanzi al cerchio degli astanti. Visione, suono, azione. Sembra di sentire echeggiare il malaugurante albatros di Coleridge. L’immagine sonora e visiva è di potente bellezza. Si parla della bellezza della morte. Ecco dunque che coi relitti trovati sulla strada, mentre si narrano brandelli di storia, si crea una sorta di fuso (bicicletta) che occuperà da qui alla fine lo spazio centrale della scena. Centro del mondo, del mare, dello spazio. Roteante perno dell’azione. Il richiamo è immediato alle Moire, le dee fatali che tessevano i fili della vita. Ma anche a certe fiabe che riconnettono a quell’oggetto girevole uno sgradevole senso di fatalità e di morte. A quel fuso-fungo, viene dunque incatenata una delle sette donne. Essa pare Ulisse legato all’albero, tanto desideroso di udire il canto delle sirene quanto spaventato dalla propria debolezza nel cedere alle loro lusinghe. La narrazione mescola le carte, confonde e somma i miti e le leggende. Si abbassano le luci e l’occhio luminoso della sacerdotessa-ciclope inizia a scrutare i volti degli astanti ruotando in una semioscurità che via via si accende di lontane pulsazioni abissali. Ecco Esteban. Il cadavere Esteban. (Il nome è quello del regista, è un caso o una sottile e ironica vendetta delle attrici-streghe rispetto al loro amato nemico dittatore?) Le moire decidono di farlo parlare. Di dargli voce. E lui parla. Parla dall’abisso che l’ha inghiottito e dove è rimasta la sua anima. Esteban sono 100 Esteban, Esteban non è un unico uomo. Non è il morto ritrovato sulla spiaggia e basta. Incarna mille voci di marinai traditi dal mare. Per questo egli parla attraverso ciascuna delle streghe. E ciascuna gli regala il colore, il timbro e la lingua dei paesi lambiti da un oceano che è crocevia di storie, Babele di traiettorie. Si parla pugliese, si sente il campano, un melodioso inglese, pure l’africano attraverso la lingua dei sordi… sono i 14 idiomi del mare con cui ogni Esteban rivela parti di sé, amore ed odio, attrazione e paura per il mare, spazio non umano abitato da pericolose sirene… a deep space. Deep and deeper. Si accende la festa. Scoprire la bellezza del cadavere accende nelle donne un senso di euforia sensuale e ridanciana. Esse lo ricompongono sulla scena, lungo una traiettoria obliqua. Gigante dai fascinosi attributi che nasconde un richiamo erotico tanto potente quanto perverso. Egli incarna l’alternativa alla mediocrità di una vita di rituale monotonia. Egli è l’uomo che esse non hanno mai avuto, l’alternativa ai loro compagni mediocri, abituali, comuni. Più morti di lui anche se ancora vivi. Seppur morto, egli costituisce un’evasione, l’alternativa. Ma anche in questo c’è qualcosa di terribile. Perché il suo corpo viene montato e poi smembrato da esse stesse. Madri e distruttrici, dunque, come quel mare che ha regalato alle donne del villaggio la magra consolazione di un corpo tanto bello quanto ormai corrotto dalla morte.




Veronica è un personaggio neotestamentario. È la donna che, durante il Calvario di Cristo, lo soccorse durante le cadute per asciugargli il sudore e il sangue dal volto. Sul panno ch’ella usò sul volto di Gesù, s’impresse l’immagine del viso divino. Quel velo rimane un feticcio millenario chiamato Veronica. Ci sono sette veroniche che oscillano nella penombra salmastra di Marén di fronte al volto degli spettatori. Dopo che il cadavere è stato compianto, amato, ammirato, Esteban-Cristo lascia la traccia del suo volto sui fazzoletti delle sacerdotesse e ciascuno dei presenti vedrà su quei fantasmi di stoffa il viso del proprio annegato. Uno dei 100 Esteban evocati dalla dea-ciclope, uno degli Esteban che parla uno dei 14 idiomi… Nel frattempo, dall’arcolaio magico - albero della cuccagna - totem sacrificale – altare collocato al centro dell’evento, si dipanano stoffe a raggiera e alle spalle del pubblico si distendono pareti di nitore. Si rimane chiusi dentro un padiglione di calura riarsa, sotto una medusa candida, dentro un pentacolo che lascia presagire la conclusione del rito. Sembra di starsene seduti su uno dei lunghi e sottili tentacoli di una gigantesca ofiura, elegante creatura dei mari, ennesima trasformazione o evocazione delle sette dee. Esse, le ancelle di Yemaja patrona dei naufraghi, dell’Oceano e delle donne incinte, generatrice e distruttrice, mutano forma nuovamente e tornano a dare voce al defunto. Si agglomerano così in una creatura gelatinosa, una di quelle misteriose entità marine di splendida trasparenza che danzano trascinate dai flutti. Corpi fluttuanti, pulsanti, autogerminanti. Da questo Proteo in lento movimento, emerge via via il volto e il corpo d’un Esteban che canta il suo essere morto. Corpo intriso d’alghe, poesia intrisa d’abisso. Questa è la parte dello spettacolo dove l’abisso e la superficie del testo si avvicinano nel modo più potente. Qua è bene udire, ascoltare. Si racconta del morire, dell’essere andati oltre, del dove si sta (o del non essere più) e del rinascere frutti che un bambino addenterà. Ma quando ciò avverrà, sarà altra vita. Un altro spettacolo. Un altro viaggio. Il sottobosco della medusa si popola di pezze colorate. I colori penetrano il nitore della spiaggia assolata. Si preparano altari. Per un sacrificio o per un funerale. Le sette sacerdotesse si dispongono sull’ofiura simili alle lavandaie celtiche del guado. La lavandaia del guado è una figura arcaica, dea dell’acqua e della tenebra. “Nella tradizione della letteratura sulle fate, la dea della tenebra è nota come “la lavandaia al guado”, uno degli aspetti della Morrigan ovvero “Grande Regina”. E’ lei quella che incontriamo al momento della morte fisica, quella che lava la nostra anima e la prepara alla rinascita. E’ un incontro ineluttabile. Ma possiamo cercare di incontrarla durante la nostra vita, in modo che il suo lavaggio tolga di mezzo consuete abitudini negative che ostacolano il nostro progresso”. Così scrive Hugh Mynne in ‘La via delle fate’. Così le sette dee si accingono a costruire corpi-feticci di bambino con asciugamani canditi e federe. Con quelle stoffe corporee, dunque, che lambiscono la testa, il corpo, l’intimità. Con lentezza rituale si compongono innanzi ai nostri occhi i corpi di sette fanciulli. Sette cadaveri. Sette Cristi, sette Esteban. Poi, con similare e simmetrica lentezza, i brandelli di questi fanciulli vengono immersi nell’acqua pura, lavati, rimestati. In un impasto che presagisce il rifluire dell’essere dentro una materia cosmica, plasmante. L’acqua. Da essa si viene, ad essa si torna. Alla faccia di quel terribile ed ingiusto fango di cui ci parlano le scritture mitologiche più brutte che si conoscano, quelle ebraico-cristiane. Prive di poesia ma pregne di peccato. Qua, in un mesto dolore, si ricorda invece che acqua eravamo e acqua torneremo. E ciò non sarà conciliante. Non sarà appagante. Perché il congedarsi può anche non essere drammatico ma non mai felice. Il prendere atto del congedo è qualcosa contraria alle leggi degli affetti. E anche a quelle della natura. La natura dona e prende, consegna e toglie senza criterio. Siamo noi che sentiamo il bisogno di vestire lo strappo, la sottrazione di un senso rituale che chiamiamo congedo. Dando senso a ciò che senso in sé non ha. Il congedo è l’ennesimo artificio dell’uomo che altro non è che una bestia cui è stata concessa la penosa condizione d’essere ‘razionale’. Noi siamo fatti per legarci e non per lasciarci. Anche le sette dee devono lasciare Esteban. Riconsegnarlo all’elemento acqueo che lo ha abbandonato sulla spiaggia al pari di tutto il resto. Per la madre oceanica Esteban è come il legno consunto del ramo, come la conchiglia spezzata, il frammento di vetro, la carcassa di un pesce, il relitto di un veliero, il maleodorante groviglio di sargassi… è una cosa come un’altra gettata sulla riva. Ora egli torna indistinto. Torna acqua. La sua anima ripartita in sette, viene appesa a sgocciolare. Si disfa perdendo consistenza solida. Torna alla sua origine. Si chiude così la lunga cerimonia delle sacerdotesse del mare. Il buio le trascina via con sé lasciando lo spazio pregno di suono. Suono sgocciolante di acque. Sarà possibile riscrivere una cosmogonia nuova che ci dica: ‘E in principio fu l’acqua. E l’acqua era femmina e generò l’uomo, dopo di che lo uccise per ricordargli ch’ella aveva su di lui potere di vita e di morte. Dunque lo generò di nuovo e lo gettò nell’Oceano perché imparasse a nuotare. Sulla superficie. E intanto, mentre lui tentava di sopravvivere, dagli abissi ella lo fece assaltare da immense paure per trascinarlo laggiù, nell’utero buio e umido dal quale tutto viene e al quale tutto torna’. Marén è uno spettacolo componibile, un caleidoscopio di suggestioni che ogni partecipante può costruire con gli elementi che meglio percepisce o preferisce. Ciascuno se ne viene via con un suo Marén, un suo viaggio, un suo percorso. Così, del resto, funzionano i riti. È dunque vero teatro, quello originario e dionisicaco che riconnetteva i partecipanti ad una funzione liberatoria, esorcizzante, pericolosa. Addirittura è così dionisiaco che le sette attrici a tratti diventano menadi. Sembrano le bacanti protese sul corpo di Orfeo per smembrarlo. E non fu un caso che la testa del mitico cantore, una volta dilaniato da quelle donne invasate, giungesse su una spiaggia trascinata dal mare…. Tutto ritorna. Esteban-Crito-Dioniso-Orfeo. Un quadrilatero inquietante. Marén oscilla fra teatro, danza, coreutica. Si tratta fondamentalmente di un coro, di un’azione drammaturgica prima di tutto visiva e sonora, poi anche testuale. È un’ennesima frontiera appena superata, un limite indagato e varcato con tutti i rischi e le potenzialità che ciò comporta. Alcuni difetti a detta di chi scrive: - la coralità musicale è talmente preponderante (si canta moltissimo, spesso) che le intonazioni e l’aspetto formale del canto vanno controllate decisamente meglio (soprattutto perché intralciati da stanchezza e fisicità perenne, le attrici tendono a perdere fiato e concentrazione sul tono). Il livello medio del canto non è all’altezza degli altri piani dello spettacolo per cui molto spesso disturba e trasmette un’idea di impreparazione (specificamente in questo ambito rispetto al resto). - La prima metà dello spettacolo presenta fasi rumorose molto suggestive che rischiano però di coprire il testo. Ora, fermo restando che il testo non è la cosa più importante, non può nemmeno divenire un dettaglio trascurabile. Se un attore parla si presuppone che sia necessario udire ciò che dice. I tonfi, i rumori, il movimento spesso ottundono la voce. Molte attrici mantengono toni vocali inadeguati alla potenza della scena, il che smorza la tensione richiesta. - La scena finale del bambino di panni è bellissima però l’immersione dei pezzi, altrettanto lenta della loro costruzione, diviene oggettivamente pesantissima. Nonostante la bellezza e la bravura delle attrici, si percepisce che ciò è determinato da loro ricerche personali ma ciò non trova adeguata rispondenza nella soluzione formale che un prodotto artistico deve avere. In sintesi: quella lentezza nell’immersione ha senso per le attrici, non per il pubblico. È l’unico momento dello spettacolo in cui ho pensato che stavo provando fatica, anzi! Si rischia di perdere la sensazione di bellezza struggente del momento precedente quando le sette madri compongono il figlio pezzo per pezzo. All’inizio ci si chiede cosa sia, poi si comprende e ci si commuove…. La parte dello smembramento e della lavatura appesantisce e toglie commozione. Una soluzione più snella non toglierebbe nulla, anzi, darebbe ancor più valore a questa mesta scena finale. Detto questo, si tratta di uno spettacolo da vedere e rivedere, da studiare in profondità (perché di profondità parla) da tute le più possibili angolazioni… Rimanendo in tema di numeri simbolici, si tratta di uno spettacolo che sarebbe opportuno vedere almeno 28 volte! Con riconoscenza.

mercoledì 22 ottobre 2014

Attenzione agli aggettivi sostantivati. Possono nuocere.

Riflettere sulla lingua è una deformazione professionale per me. Cercare di capire i meccanismi profondi e di superficie mi aiuta a collocarmi nel cuore di un epicentro che irraggia molteplici rami di senso ovunque, in ogni direzione. Ragionare sulla lingua porta a capire le sedimentazioni della storia, l'importanza del ragionamento e della logica, la non casualità dei perché, gli scopi e gli effetti della comunicazione (sia essa buona o cattiva), le barriere terribili che le lingue erigono fra gli uomini (anche all'interno di una stessa lingua condivisa), i pericoli nascosti e le potenzialità inespresse. Insomma, la lingua, ogni lingua, è un universo complesso, disseminato di costellazioni. E vi sono distanze negli orizzonti da essa sottaciuti, che possono persino spaventare per chi intenda percorrerla fino alle sue verità.
Bene.
Ragionavo in questi giorni, mentre guido andando a scuola o tornando dopo ore di lavoro coi bambini, sul rischio altissimo della sostantivazione dell'aggettivo, che è moda tutta attuale frutto di un diffuso, cattivo uso della lingua soprattutto in quella landa sconsolante, arida e ormai avariata che il giornalismo.
L'aggettivo, soprattutto quello qualificativo, esprime un valore aggiunto, denominato attributo, ad un soggetto o ad un complemento. Diciamo che si aggrappa ad un sostantivo come una malia, come un incantesimo. Su quel sostantivo l'aggettivo riversa un potere ancestrale e fortissimo, ne sposta il centro, il fulcro.
Se dico bambino, voi vedete qualcosa di generico. Al più pescate in voi un'immagine archetipica del bambino a voi più congeniale.
Ma come aggiungo al termine un aggettivo, ecco che tutto si addensa e si sposta altrove.
Dico bambino biondo, e voi subito restringete il campo degli archetipi visualizzando giovani teste color grano.
Simpatico bambino biondo, e saranno teste bionde e sguardi furbi o seducenti.
Bambino infelice: l'immaginario andrà ancora lontano.
Bambino marocchino: e di nuovo archetipi e stereotipi faranno a gara per salire dai vostri abissi interiori per disegnare un'immagine.
Bene.
Non che io sia amante della genericità. Anzi. Mi si critica spesso perché nel mio scrivere io abbondo di aggettivazioni. Le amo, ne ho bisogno perché penso che aiutino a circoscrivere e rendano le frasi dense di significati e di direzioni. Però, appunto, io sostengo l'aggettivo in sé sapendo quale insidia nasconda. Attingo con rispetto e cautela al suo antico potere che per gli Egizi, ad esempio, fu appannaggio del magico Toth, dio dalla testa di Ibis incaricato di registrare la complessa cerimonia di trapasso delle anime. A ciascuna egli affidava un aggettivo.
Legava la magica parola astratta ad un sostantivo concreto.
Al corpo regalava una sfumatura dell'anima, buona o cattiva.
Bene.
Cosa facciamo oggi?
Una pessima cosa. Per economia e per rafforzare i pregiudizi che tanto pullulano come la muffa nei tempi epocali di decadenza e tensione come quelli attuali, ecco che togliamo i sostantivi e lasciamo che le pericolose parole antiche, gli aggettivi, galleggino da sole prendendosi tutto, mangiandosi il senso e sovvertendo la logica.
Per cui se una persona di origini albanesi, una persona albanese dunque, in stato di ubriachezza al volante, travolge ed uccide qualcuno, noi non diciamo questo bensì riportiamo che 'Un albanese ha ucciso qualcuno'. Voi capite subito che qualcosa non va. Non va perché la sostantivazione dell'aggettivo, come una calcificazione ossea, ha prodotto un'anomalia. La vaghezza insita nel sostantivo 'persona' scompare. L'aggettivo, però, anziché circoscrivere, fa propria quella vaghezza e, per cortocircuito, la muta in genericità.
Pericolosa genericità.
Gli albanesi uccidono in stato di ubriachezza.
Chi sono gli albanesi? I rumeni? Gli africani?
Queste generiche masse di aggettivi che hanno perso i corpi solidi seppur indefiniti a cui appartenevano? Perché vedete, io credo così che si perda il senso della solidità. Che la nostra lingua diventi debole di senso e ed invece cattiva come lama che taglia.
Si potrebbero fare molti casi, anche legati alla scuola. I bambini marocchini divengono spesso marocchini. Si possono talora udire insegnanti che dicono: 'Che ci vuoi fare, il mio marocchino non parla bene l'italiano è arrivato solo un anno fa.'
Il mio marocchino significa il mio alunno marocchino.
Che significa il bambino di origini marocchine che si trova nella mia classe.
Ma se omettiamo il sostantivo, ecco che di lui rimane solo il pericoloso generico addensato di poca conoscenza e pregiudizio che alberga su quel termine.
Non conta che sia bambino, che sia parte di un sistema (elementi questi che lo accomunano agli altri nel generico ma importante insieme spalancato dal sostantivo), conta solo l'attributo che l'aggettivo gli dona caricato della genericità dovuta alla mancanza del nome a cui si riferisce.
Così vorrei sentire dire le donne e gli uomini omosessuali e non gli omosessuali; vorrei sentire dire le persone tossicodipendenti, le donne casalinghe, le persone anziane, gli uomini separati, le persone disabili, i bambini dislessici, le persone extracomunitarie e così via...
Dovremmo dirlo al cattivo giornalismo, dovremmo fermare le discussioni populistiche, il chiacchierare tanto per farlo che non nuoce a chi lo pratica ma che è letale per chi ne è vittima.
Vi prego: unite sempre agli aggettivi il loro sostantivo.
Non concedete a queste belle o terribili parole magiche la libertà che un dio antico, dalla testa di Ibis, seppe giustamente imprigionare per contenere il loro sconfinato, dirompente potere.




sabato 11 ottobre 2014

Ha senso ancora insegnare?

E' un mese circa che è iniziata la scuola.
Sto vivendo il momento vertiginoso della conoscenza.
Ho 14 piccoli allievi di sei anni. Estatici, vivaci, irrequieti ma felici di scoprire. Mi piace stare con loro, frequentarli, ascoltarli e vedere, da posizioni defilate, come lavorano, come risolvono le varie problematiche che l'apprendimento, così come lo intendiamo nella mia scuola, pone loro.
Insegnare osservando è qualcosa di immensamente appagante.
Insegnare.
La scuola funziona come una sorta di bolla.
Anche se devastata, cadente, minata, mi protegge.
Come rientro nel flusso esterno della vita sociale, della politica, come mi affaccio sempre più arrabbiato, acido e corrosivo (perché penso che sia giusto così) nel dibattito schizofrenico dei social forum, vengo investito da una sofferenza, da uno sfiato d'abisso che mi percuote facendomi davvero male.
Alla fine ne ricavo, sempre, inesorabilmente, una visione del mondo, della società, dell'uomo e di me stesso che non mi piace, anzi, mi ributta, delinea con chiarezza un'amara realtà che sembra non potersi riscattare.
Alle soglie dei 40 anni la dimensione reale e sociale del pianeta e dei vari particolarismi a cui appartengo si è come spogliata di ogni ottimismo, d'ogni volontà di accontentarsi, di ogni tentativo di dire che c'è anche qualcosa di buono. Perché qualcosa di buono c'è, e io lo sottolineo a me stesso prima che agli altri. Ma il molto, il più che dipende da noi, non è buono.
Alla fine pervengo a questa conclusione: l'uomo è un animale.
Nulla di più.
Un animale. Che equivale a dire che ci siamo illusi che il pensiero evoluto ci rendesse altro. Siamo bestie. Capaci di coesione come di violenza, miranti all'autoconservazione per principi istintuali. Incapaci di accedere davvero alle sfere evolute del nostro apparato cerebrale.
Sappiamo disquisire e sfoggiare, ma raramente il nostro sapere (se c'è) è messo al servizio del gruppo sociale. Raramente ci modifica per renderci saggi.
E chi si gongola nella propria cultura, esternando cinismo o razionalità fitta di citazioni, partecipa dello stesso gioco di chi, invece, procede solo col ventre, sputa sentenze e non ha cultura per sostenere le proprie bassezze.
Manca la connessione.
Non c'è stata, nella nostra storia evolutiva, la capacità di equilibrare l'arcaica forza animale delle emozioni con le più evolute sostanze del pensiero complesso. Sicché o siamo bestie pensanti e sprezzanti o siamo bestie ignoranti e istintive.
Che senso, ha dunque, insegnare?
Cioè, mi chiedo, in che direzione deve procedere un animale docente di fronte ad una nidiata così bella di cuccioli sapendo già che il mondo esterno alla bolla è capace, in pochi minuti, di annientare ore e giorni di formazione? Di tentativi di connettere quelle emozioni a quel pensiero evoluto?
Sì, perché poi c'è la rischiosa sensazione di essere, in quanto insegnanti, superiori a questo stato animale delle cose.
Ed invece no.
Siam bestie anche noi.
Ma un senso io lo trovo. E su questo procedo.
Quando l'uomo pensa, si immerge in una dimensione superiore. Eleva il suo stato animale, puramente emozionale, ad un livello esterno di comprensibilità del mondo e di se stesso.
In certi momenti, questo stato di grazia, se e solo se sfugge il compiacimento o lo snobismo, produce un incanto assoluto che ci fa intravedere la grandezza dell'individuo, dell'essere in quanto tale.
Dobbiamo a quei momenti, i grandi monumenti del pensiero civile. In primis la nostra Costituzione. Basterebbe quella a guidarci su binari di equilibrio. Perché quel testo tanto ardito, riesce proprio laddove l'uomo, in sè, non riesce: a compenetrare in equilibrio ragione ed emozione, pensiero e memoria, riflessione e slancio, legge ed empatia.
Comprendo che ciò esista solo in un piano mentale, nelle idee e non nel reale. Questo, ormai, mi è chiaro. Io penso che la grandezza del nostro pensiero alberghi fuori di noi, sia uno spazio che creiamo come splendide architetture. Ma un grattacielo, anche il più bello, non è l'architetto che lo ha realizzato. Il dipinto più sublime non è il pittore che lo ha dipinto. Il testo più bello non è lo scrittore che lo ha scritto. La costituzione più splendente non è la società o il gruppo che l'ha pensata. Ciascuna di queste opere è migliore di chi l'ha progettata. Ma il grattacielo vuole il suo architetto, il dipinto reclama il suo pittore, non c'è libro senza scrittore, casa senza muratore, costituzione senza costituente.
Ed ecco perché insegno.
Perché ci siano bravi architetti, degni muratori, profondi scrittori, genitori capaci di amare con saggezza, uomini destinati a creare altre costituzioni, viaggiatori per un domani che non mi compete, orizzonti che non varcheremo noi. Forse migliori.
E poi, soprattutto, insegno per me. Per cambiare. Per cercare, faticosamente, l'equilibrio che possa rendermi, forse, un poco meno bestia ma più animale degno.
Forse.
Insegnare perchè forse...
E' già tanto.









martedì 10 giugno 2014

Una cosa bellissima



UNA COSA BELLISSIMA




Ieri sera è successa una cosa bellissima. Io ed Elisa, per sostenere il progetto 'Il sogno di un viaggio diverso', abbiamo creato un programma di 14 canzoni, 7 cover e 7 pezzi degli Actias Luna. Le eseguiamo in duo, voce e piano o arpa, o arpa e piano in alcuni casi. Abbiamo intitolato questo programma minimale '14 passi verso il sogno...' e abbiamo inventato la formula del concerto domestico. Chi vuole sostenerci ma magari non può o non riesce a fare la donazione online, raduna alcuni amici a casa e noi realizziamo questa piccola magia musicale. Ieri, appunto, abbiamo varato questa formula ed è accaduta una cosa bellissima. La mia collega Virna ha radunato le colleghe di Bozzano con famiglie ed amici nella sua piccola, graziosa casetta di Loppeglia, sulle alte colline della Val Freddana. Posto magico.
Ognuna aveva portato da mangiare qualcosa di preparato a mano: torte salate, torte dolci, affettati, formaggi, stuzzichini, buon vino da bere. C'erano anche dei bambini e dei ragazzi. L'atmosfera, fin da subito, è stata di rilassata convivialità. Nelle antiche strade ripidissime di Loppeglia la luce del tardo pomeriggio, caldo e denso della prima estate, scivolava verso le vallate verdi intorno. Nel silenzio del borgo si sentiva soltanto il ronzio di qualche insetto, lontani scampanellii di capre o pecore e le nostre voci ridenti. Io ed Elisa ci siamo sistemati in un angolo del terrazzino d'accesso alla casa. Alle nostre spalle, in basso, le colline ammantate di boschi oltre un'antica aia abbandonata. In alto un cielo serotino terso. Le persone si sono sedute sui gradini, altre per la strada, qualcuno sulle poche sedie collocate sul terrazzo. Il nostro concerto è iniziato così. E la natura ci è venuta incontro. La luna è sorta alle spalle di Elisa mentre cantava. Senza amplificazione. Il luogo potenziava la sua unica, struggente e colorata voce senza bisogno di altro che quella preziosa attenzione. Volti sorridenti, divertiti, poi commossi, poi di nuovo divertiti e poi affascinati. Io trovo speciale quando qualcuno ascolta la nostra musica con tanta grazia e tanta dedizione. Penso di ricevere un regalo unico. Si è fatta notte e alla luce di lanterne il nostro concerto si è intervallato a momenti conviviali, a risate, a confidenze. Qualcosa di straordinario da non dimenticare. Alla fine queste persone speciali ci hanno fatto la loro donazione. Preziosa, utile. Stamani essa è stata regolarmente versata sul progetto crowdfunding spingendo il nostro sogno al 38% della sua realizzazione. Ma la vera donazione è stata quel senso di accoglienza, di calore e di interesse sereno verso la nostra musica. Qualcosa che non potremo mai dimenticare e che rimane una perla luminosa della lunga storia del mio gruppo. Nel ringraziare tutti i presenti, molti dei quali non sono qua su Facebook, ricordo anche i nostri compagni di viaggio musicale Francesco Massagli, Gerard Bigfrancis Grooveman, Giovanni Nocera, Raffaello Terreni) che sono stati, nell'assenza, presentissimi in ogni passaggio. Un grazie all'ospitalità preziosa e attenta di Virna e Riccardo, a Giulia meravigliosa compagna di viaggio e a Miranda ed Elia, a Licia che si è emozionata con noi, a Sara, a Luca e i loro tre straordinari figli, a Ilaria, Tamara, a Fabiola, a Katia, a Barbara, a Cristina, a Samuele, alle amiche di Virna di cui non ricordo il nome ma che sono state attente e affettuose ascoltatrici. Grazie!

martedì 13 maggio 2014

Una riflessione a margine di Victor Hugo.

Sto leggendo 'I lavoratori del mare' di Victor Hugo. Me ne è capitata in mano una versione del 1928 tradotta in un italiano bizzarro, datato e pieno di formule così astruse delle quali a volte, a scapito delle situazioni descritte, rido come uno scimunito. Ma giuro che lo finirò in questa versione antiquata perché, per paradosso, la forza della storia narrata mi giunge insolitamente più integra che se usufruissi di una traduzione moderna. Premetto che Hugo non è un autore col quale risuono proprio benissimo. I Miserabili attendono ancora ch'io li finisca di leggere essendomi stufato dopo circa trecento pagine: le divagazioni, una vera ossessione limitante dell'autore, mi avevano fatto perdere gusto per il succo della storia. Penso che Hugo sia un mestierante della letteratura molto prolifico, capace di pagine superbe ma con un difetto imperdonabile: l'incapacità di condensare il filo narrativo. Idee splendide, potenti personaggi, trame contorte seppur funzionanti ma troppe, troppe divagazioni nelle divagazioni che si allontanano dal percorso tanto da confondere o annoiare. Manca a Hugo ciò che fu l'abilità massima di Dickens, ovvero la maestria nel comporre, nel mixare, nel montare ad arte una trama seppur frantumata.
Ma non è di questo che vorrei parlare anche perché non conosco tutta l'opera di Hugo.
Mentre leggevo la mia grottesca versione dei 'Lavoratori del mare', destreggiandomi anche qua fra mille divagazioni, sono incappato in due periodi di fulminante lucidità.
Eccoli:
'Il non distinguere è errore.'
'Esiste l'intolleranza dei tolleranti, del pari che la rabbia dei moderati.'
Che gusto particolare si prova quando uno scrittore riesce in poche, fulminanti parole a enucleare concetti che senti profondamente tuoi e che tu, però, avresti dovuto esprimere con almeno due decine di parole in più!
Io penso davvero che il non distinguere, il non sapere discernere, sia uno degli errori più gravi che si possano commettere. Questa frase lapidaria nasconde un mondo, un universo etico. Per chi insegna, ad esempio, essa dovrebbe funzionare come monito. Non solo perché l'insegnante ha il dovere morale di saper distinguere le infinite motivazioni di un percorso formativo fatto di conqusite, perdite e crisi, ma perché, soprattutto, compito di un educatore è quello di fornire strumenti per poter discernere. Non si insegna cosa è buono e cosa no. Si insegna a capire cosa è buono e cosa no. Si insegna a distinguere. Si offrono strumenti per comprendere la complessità senza banalizzarla. Distinguere è sinonimo di cogliere le differenze, percepire le sfumature, comprendere l'adeguatezza di ciò che avviene in un preciso momento e in preciso luogo. Si finisce così per recuperare un senso altissimo, perduto ed etico della forma, ad esempio. Forma e sostanza non sono cose divise, anzi! L'una è parte dell'altra. Saper distinguere ci restituisce piena percezione che le forme dell'essere e del comportarsi non sono pura educazione estetica bensì profonda percezione della sostanza.
Riguardo alla seconda frase, sono anni che polemicamente mi dichiaro avverso ai pensieri moderati, vagamente pacificatori, che esalano un astratto concetto di tolleranza (che, andrà ricordato, significa sopportazione). Pensando a certi intellettuali radical chic, a certi vegani modaioli dell'ultima ora, a questo amore di molti per i pensatori 'alternativi', di guru, di occidentali convertiti a forme patetiche di buddismo inconsapevole.... beh, ecco, trovo potentissimo ed attualissimo quanto espresso dallo scrittore francese. Perché è verissimo che in certe forme di ostentata tolleranza si nascondono invece convenzioni e rigidità incredibili così come è vero che in molti gruppi di presunti portatori di pace e moderati cova una rabbia latente determinata dall'insoddisfazione esistenziale di chi per castrazione psicologica, incapacità caratteriale, vissuto, non riesce a scaricare quell'emozione così umana. La rabbia viene così rimossa, soffocata, con procedimenti perversi e motivazioni altrettanto contorte. Cova dentro, avvelena l'anima, alimenta scorrettezze, invidie, atteggiamenti ambigui. Gli arrabbiati non rabbiosi, ahimé, sono quelli che riportano le parole dette alle spalle, che riferiscono le malignità, che attendono che altri possano dare voce e gesti alle loro soffocate frustrazioni. Cercano giustizia attraverso gli altri e in questo costituiscono uno dei pericoli più significativi della vita comunitaria.
Il vero tollerante non si proclama tale. Lo è nei fatti, lo dimostra.
La rabbia esiste e va accolta. Solo nel prenderne atto riusciamo a liberarla, darle una direzione e a ritrovare la pace. Trattenerla in noi, provoca solo pericolose ebollizioni.
Grazie Hugo!

sabato 10 maggio 2014

Memorie di un maestro precario: l'arte, gli Uffizi e 25 bambini. Un perché è ancora bello essere italiani.

Giotto descritto da Altissimanarratrice e Silentemistero
Sfinito e distrutto mi sono addormentato, ieri sera, con un senso di pienezza raro. Commuoventi le due ore passate negli Uffizi con la folla di stranieri che si è portata a casa un'immagine dell'Italia bella e potente. E non pensavo alla nostra millenaria arte grandiosa conservata in quel Museo unico, ma ai nostri bambini che con magica bellezza descrivevano i quadri ai compagni,seduti silenziosamente (o quasi sempre silenziosamente) a terra in ascolto, combattendo il brusio di fondo e la maleducazione di molte guide turistiche che ci volevano scacciare senza riuscirci.

Piero della Francesca descritto da Appasionatocorretto e Rickettararilassata.

I bambini emozionati e professionali, ci hanno raccontato: la vita degli artisti; quando quell'opera specifica era stata dipinta e per chi; cosa essa rappresentava e quale tecnica era stata usata. Gruppi di italiani e stranieri si fermavano, anche senza capire ascoltavano, sorridevano... ed anche altri bambini. Un fotografo cileno ci ha seguiti sedendosi con noi, alcuni custodi si sono complimentati per questo raccoglimento che non invadeva ma anzi, richiamava...

Ghirlandaio proposto da Biondoflemmatico e da Storicoincartato
 poi ho visto altre bellezze, non eravamo gli unici: due professoresse della secondaria con un gruppo attentissimo di ragazzi tessevano fili di racconto fra i dipinti e mi sono sentito parte di un progetto italiano, di insegnanti e di studenti in collaborazione. Sentivo che riscattavamo tutti assieme l'idea diffusa dell'Italia caciarona e incapace di valorizzare il proprio patrimonio.

Durer raccontato da Disordineilluminato e Graficoinsicuro

 Stavamo facendo qualcosa di moderno, anzi, modernissimo, ammirando il nostro passato e rendendolo comprensibile. E questo non perché io, Giulia e Ilaria o quelle due professoresse fossimo chissà quali insegnanti speciali. No. Questo avviene perché la Scuola Italiana, ora distrutta in mille isole alla deriva, continua a tenere.

Botticelli penetrato dal Trio Lescano: Piccolaguerriera, Poetessascontrosa e Disperatapittrice
 Solo in questa Scuola, pubblica, tenace, ferma nella convinzione che la cultura e la bellezza devono essere di tutti, inclusive, ricche di potenzialità e strumentalità formative si possono ottenere magie come quella di eri. 

Leonardo esplorato da Inconsapevoleartista e Fieraschiettezza

Raffaello intervistato da Scrittriceloquacissima e Mateamaticointroverso
 Grazie ai bambini e alla loro anarchica capacità di vedere dentro l'arte. Un grazie anche ai Musei Nazionali che permettono l'ingresso gratuito ai ragazzi: altro segno di civiltà e di illuminata concezione della Cultura che dobbiamo difendere, alimentare, far conoscere.
Caravaggio indagato da Intuitivapolemica e Paciosotenace

Michelangelo descritto da Delicatatrasparente e Occhioamandorlaacuto.
  Ieri sera, pieno di gioia, mi sono addormentato sentendomi vicino alle mie colleghe e ai miei ragazzi e ai miei musei e al mio Stato martoriato. Stranamente felice di essere un insegnante precario italiano. Sì! Italiano.

Piero di Cosimo illustrato da Brillantezzapigra e Integerrimosguardo

Tiziano indagato da Scienziatologorroico e Saturnocontro

Paolo Uccello resocontato da Parlatoreaduemila e Razionaleoppositivo



lunedì 21 aprile 2014

Perché anche quando risorge, Cristo non ride mai?


In questi giorni di Pasqua mi giungono graditi da più parti auguri di Buona Rinascita. Che la Pasqua cristiana coincida quasi sempre con l'esplodere fecondo della Primavera è una questione antica, legata ai culti della rigenerazione e del tempo propizio. Ora, mi chiedo perché un argomento tanto affascinante e bello, anche per le energie che esso comporta in termini di apertura alla nuova stagione, sia stato risolto dalla Religione Cristiana Cattolica con l'ennesima severità.

Maestro dell'Altare di Trebon
Facendo una veloce stima, ho realizzato che nell'ingente mole di arte sacra sopravvissuta ai secoli, il tema della Resurrezione ha avuto una sua fortuna costante ma decisamente inferiore, per quantità, a quello della Crocifissione. Il Cristianesimo ha figurativamente esaltato più la tortura e la morte del Figlio Incarnato di una divinità, più che la sua Rinascita che, almeno per umana empatia, dovrebbe essere invece motivo di gioia ed emozione. Con Cristo risorto, ci dicevano al catechismo, rinasce un Nuovo Mondo. Ridiamo dunque, gioiamone. E invece no. Nell'immaginario figurativo della Resurrezione nell'Occidente Crstiano, Cristo se ne esce dal sepolcro con la stessa aria severa, quando non sofferente, che lo caratterizza in tutte gli altri episodi della vita.
Antonello da Messina, Cristo alla Colonna
Senza nulla togliere alle splendide soluzioni offerte del tema da Giotto, Piero della Francesca o Perugino e tanti altri, devo comunque accettare che la religione cristiana ha sempre prediletto la morte e il dolore. La Croce, questo simbolo così terribile e per me inaccettabile, vince su qualsiasi riscatto effettivo possa leggersi negli eventi che seguono al seppellimento di Gesù. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di una chance perduta. Avremmo potuto riconciliarci almeno alla fine con un figlio di Dio che è sempre, perennemente, cupo o severo. Non ritrovo, nemmeno nelle pagine dei Vangeli a dire il vero, momenti di serena gioia, sorriso e effettiva luminosità di Cristo. Egli rimane sempre giudice, austero, sobrio, buono ma mai leggero. E ciò dispiace perché in questo la figura perde di quell'umanità che tanto vogliamo attribuirgli e che io, per mia personalissima condizione esistenziale, fatico invece a rintracciare. Cristo non ride mai. Ora, se negli atroci momenti del dolore e della tortura, la sua umanità si mostra ostentatamente violentata e sofferente, perché mai, una volta risorto, quel giovane così bello e importante non ci concede l'energia feconda di un sorriso? Possibile che nemmeno la Primavera, la pagana versione feconda delle antiche dee genitrici, nel suo esplodere di bellezza, turgore e luce, sia riuscita a dirottare secoli di dottrina incentrata solo sul rimprovero, sulla mistificazione del dolore, sull'esaltazione di un amore perverso che si infiamma solo nel sacrificio di un figlio? Sarò sempre contrario a un Dio che immola suo figlio per la salvezza di tutti. Ma accetterei quel figlio se almeno il giorno in cui egli pare vincere la morte, motivo per cui sarebbe venuto sulla Terra, esso ci concedesse ciò che di più+ umanamente bello esiste: il sorriso.

Francesco Cossa, mese di Aprile (trionfo di Venere)

mercoledì 25 dicembre 2013

La zattera rischiosa. Buon Natale dal Maestro delle Balene.

yes

Vorrei consegnare al giorno di Natale una visione-riflessione che in questi ultimi tempi mi sta accompagnando, prendendo corpo piano piano. Vedo una zattera, in mezzo ad un mare ora agitato, ora in calma piatta. Non è una visione serena, anzi, si porta un carico di angoscia. Quella dei suoi passeggeri, un gruppo di sopravvissuti. Gente di varia provenienza, per ceto, nascita, età, geografia.
So solo che c'è stato un prima per quella gente, una decina circa di vite. Ciascuna di esse prima perseguiva una sua traiettoria, in parte scelta, in parte motivata dai casi dell'esistenza, dalle alterne casualità, da quell'ingiusta determinazione che traccia il percorso chiamata contesto, ovvero ciò che non scegliamo ma nel quale capitiamo il giorno del nostro personale Natale, il giorno magico che è la nostra individuale Natività. Quel giorno non ci distribuisce in modo equo. La stalla in cui nasciamo è, purtroppo, il primo passo che facciamo. Buono, se il caso ci aiuta, meno buono se, invece, il caso decide di penalizzarci fin da subito.
Non partiamo tutti dallo stesso luogo, con le stesse chances.
Ciascuna di quelle persone, prima, aveva un mestiere, una famiglia, un senso da inseguire o d fortificare, o da cercare.
Poi un evento critico ha mutato la loro rotta. La grandissima nave, chiamata Occidente, su cui navigavano tutti, ciascuno secondo le proprie vite, ha iniziato a naufragare. Allora quelle vite si sono rese conto di essersi, improvvisamente, annodate assieme. I percorsi si sono necessariamente accostati, avvicinati e annodati. La crisi fa questo: ci avvicina, anche spiacevolmente.
Annoda le vite. E i nodi non sono piacevoli, mai.
Ma senza di essi, qualsiasi vela si strappa.
Per cui i nodi sono necessari.
 Il vero problema è quando i nodi non ci sono. Perché i nodi, gli odiosi nodi, tengono assieme.
Non ce ne accorgiamo, ma fanno questo.
Anche se piagano le carni, se pungolano, se costano fatica immensa sia nel momento in cui li facciamo che in quello, dolorosissimo, in cui dobbiamo provare a scioglierli.


I sopravvissuti ora sono su questa zattera, in preda alle condizioni critiche e imprevedibili di questo mare. Non conta più il mestiere fatto un tempo, il tenore di vita, la traiettoria scelta. Ora è questo mare sconfinato e pauroso a determinare la loro sorte.
L'essere annodati spinge questi personaggi a sbagliare. Quelli un tempo più fortunati, incolpano quelli un tempo meno fortunati: sono quelli, col loro peso improduttivo ad avere affossato il veliero Occidente. Essi non hanno pagato il carbone per i motori eppure hanno goduto del privilegio di navigare! 
- Già, - ribattono gli sfortunati, - ma mentre voi pensavate al carbone noi curavamo i vostri vecchi, noi davamo speranza ai nostri figli facendoli studiare perché dessero anche loro carbone per voi!
 Poi ci sono quelli che vengono da altrove, che si sono imbarcati di nascosto oppure chiedendo un permesso sperando in tempi migliori: a loro i sopravvissuti rimproverano di non essere veri passeggeri dell'Occidente. Il loro peso straniero ha fatto naufragare la nave, colpa del capitano benevolo che li ha fatti montare e dato loro persino delle cabine piccole! 
Gli stranieri ribattono che non si appartiene alla terra in cui nasciamo, in essa mettiamo solo radici. Ma come gli alberi protendono, dopo aver messo radici nella terra, il fusto e i rami nell'aria, così ognuno può e deve, se la vita è ingiusta, distanziarsi con dolore dalle proprie radici per trovare aria altrove. 
- E perché mai? - Ribattono i conservatori della zattera, - rimanete dove siete nati!
- E perché mai dovremmo? - Ribattono gli stranieri. - Avete sfruttato, conquistato, colonizzato, violentato la terra delle nostre radici. Se a voi hanno concesso questo, perché mai noi non dovremmo venire a prendere aria da voi?
Nel discutere, i dieci so agitano, si muovono. Desiderano far valere le proprie ragioni e violentemente sganciano i nodi delle loro vite. Così facendo, anziché stare al centro, si spostano verso i bordi della zattera e questa si sbilancia.
Così che questa si capovolge e si sfilaccia.
Chi non sa nuotare, perché non ha potuto imparare affoga.
Qualcuno più forte, si aggrappa ai tronchi.
Ma giungono gli squali e lo divorano.
Qualcuno resiste a galla finché lo sfinimento non lo trascina verso l'abisso.
Tutti, nell'attimo prima di morire, pensano che era meglio, forse, il nodo doloroso della convivenza e del compromesso.
Ma è tardi.
Ora si muore.
L'Occidente scompare.


Non ho voglia di pensieri felici, questo Natale. Sono felice delle belle emozioni che la mia vita, vita da passeggero di zattera, mi ha dato e tolto (perché seppur tolte mi hanno arricchito), felice di questo Natale, perché è il primo con la mia splendida nipote Lidia che ci sorride mentre mangiamo assieme, contenti solo di questo. Perché stare assieme è ora una fortuna, la massima.
Ma non voglio pensieri felici, nè voglio fare auguri che si appoggino ad un senso di casualità e di benevolenza divina. Come se l'anno buono che verrà dipendesse dallo zodiaco o da una qualche divinità che, quando il Mondo è sconvolto da simili tragedie (e penso alla Siria, alle rovine di Fukushima, ai quotidiani genocidi africani), sarebbe proprio ingiusta a donare a noi un anno buono. Dovrebbe prima pensare ad altro.
Se l'anno sarà buono e se questo Natale avrà un senso, gli dei, se esistono, non avranno meriti così come non avranno colpe se non sarà così.
Il destino e il presente li costruiamo. Perché il presente altro non è che il destino a cui abbiamo dato basi ieri. E forse le abbiamo date male, quelle basi.
Perché stanno crollando.
Le assi del veliero cigolano paurosamente e sappiamo tutti che l'Occidente sta affogando, miseramente.
Accettiamo, dunque, i nodi.
Accostiamoci e desideriamo condividere la sofferenza, annodando le vite, senza incolparci gli uni con gli altri, i fortunati con gli sfortunati, gli autoctoni con gli stranieri.
I vecchi coi giovani.
Tutti.
Solo se stiamo vicini e ci capiamo, capiamo che siamo parte di un unico equipaggio, sopportando e cambiando modo di vedere.
Io posso ribadire che ho messo carbone ma dovrò pur riconoscere che se mio nonno, ora, è qui sulla zattera, lo devo a quella donna straniera laggiù, che non dava carbone, ma si prendeva cura di lui.
Devo capire che siamo alberi e che cercare aria, luce e pioggia è un diritto di chiunque.
Che se l'Occidente ha un tempo infettato la terra e le radici altrui, oggi non ha alcun diritto di chiamarsi fuori. Ebbero ragione gli antichi greci: le colpe dei padri ricadono sui figli.
La memoria e la coscienza collettiva non possono venire meno.
Mai!
Non si appartiene all'Occidente perché ci siamo nati dentro. Si appartiene se decidiamo di salire su quella nave.
Il che è costruire un destino di consapevolezza nuova: stare in tanti, annodati, nel momento buono come in quello meno buono.
Ma le cose non mi pare che vadano in quella direzione.
Le varie zattere che ci stanno accogliendo, sembrano destinate tutte a fare la brutta fine di quella in cui mi imbatto ultimamente.
Io lo insegno ai bambini a tenere la zattera in equilibrio.
 A scuola io non voglio che i bambini imparino che 'stare insieme è bello'. Perché è una menzogna.
è bello stare assieme con chi amiamo e chi ci piace.
Ma non siamo destinati a questo.
Stare insieme PUO' essere bello, ma prima di tutto è faticoso.
E necessario.
Questo insegno: che stare insieme è prima di tutto necessario, che è faticoso e poi, in ultima istanza, può essere bello.
Stare insieme è uno scopo.
Da costruire senza mai abbassare la guardia.
Questo auguro a me e a voi, amati amici, per questo Natale.

Non diamo voce alle menzogne retoriche.
Regaliamoci il tempo di capire e cambiare.
Di sopportare anche il nodo doloroso.
E non mi riferisco alla croce cristiana, che mi inorridisce.
Il nodo doloroso è un laico senso di faticosa costruzione.
Sono certo che percepiremo, un domani, di avere costruito.
Faticosamente.
Ma incredibilmente con solidità.

Statemi bene e, se riuscite, non affogate!

Il Maestrodellebalene















lunedì 9 dicembre 2013

Ora che la sinistra è morta, Berlusconi ha davvero vinto.

la sinistra, o meglio quello che sopravviveva (male, malissimo) di lei, è morta. Definitivamente. Lo dice uno che non è andato a queste primarie perché, pur consapevole di essere perdente in partenza, rimane determinato a mantenere vivo quello strano progetto chiamato SEL che, con tutti i limiti che gli si è voluto affibbiare, continua a sembrarmi l'unica proposta realmente innovativa e di sinistra nel nostro paese. Ma ormai anche SEL si è sgretolata sotto l'incapacità di venire accolta, perché troppo a sinistra per essere parte di questa carcassa centrista, corrotta e malsana che è stato il PD in questi ultimi anni.
La vittoria di Renzi è il completamento finale della sovversiva rivoluzione Berlusconiana. Duole dirlo ma Berlusconi è stato l'unico uomo politico da trent'anni a questa parte capace di una vera rivoluzione. Una rivoluzione in peggio, una rivoluzione malata ma tanto forte e potente per mezzi e persuasione da invadere, infettare e capovolgere un sistema di valori, ideali e sistemi di pensiero non solo a livello sociale ma anche politico. Il Berlusconismo è divenuto sistema esso stesso ed ha corroso, inquinato e contaminato proprio la parte avversa aprendovi dentro una duplice ferita, un'ulcera bicuspidata. La divaricazione ha concesso solo due vie: o la sterile critica a Berlusconi per mantenere intatti privilegi di partito; o l'adesione al medesimo stile di pensiero e di tattiche del nemico, cioé Berlusconi stesso.
Scioccati a livello identitario, gli italiani come me di sinistra, hanno tergiversato su questa ferita purulenta. Nessuno ha voluto sanarla, richiuderla, disinfettarla. No.
Abbiamo anzi messo il dito nella piaga che giocava alla poltrona simulando critiche sterili al nemico, sperando che essa ci salvasse: in quel malefico canyon di pus, ci abbiamo messo il centro, ci hanno sguazzato i D'alema, le Finocchiaro, le Bindi, i Prodi, i Bersani.... e la piaga ha fatto cancrena e si è amputata da sola. Dopo un decennio di dolore, puzza, putredine a cielo aperto. Altri hanno intrapreso la via della seconda testa della ferita, quella in cui i berlusconiani di sinistra rottamavano, aggredivano l'altra parte del medesimo male. Renzi viene da qui, da una parte altrettanto malata, populista e rabbiosetta di italiani che al momento di scegliere, qualche mese fa, hanno optato, nel dubbio, per l'altro grande Rottamatore: Grillo. Pericoloso, anzi, pericolosissimo rigurgito fascistoide. Anche lui prodotto berlusconiano. Anticorpo berlusconiano, direi. Una sorta di malattia autoimmune che il sistema del Grande Silvio ha prodotto per poi trovarselo rovesciato contro.
Non che Civati, l'unico dei tre in gioco per queste funebri primarie, fosse cosa migliore. Ma Renzi segna la resa finale.
Non credo che ci sarà un dopo per la sinistra.
La speranza di un ritorno ai valori della sinistra.
Renzi conferma come la vera identità italiana, che la si veda da destra o da sinistra, rimanga il centro moderato d'ispirazione cattolica. L'ennesimo democristiano che, con un'adesione allo stile mediatico e piacione ben confezionato da Berlusconi, conquista l'elettorato.
Lo conquista con questa sbandierata politica del fare, anzi, con la retorica del fare che è perniciosissima perché si basa sul quantificare e non sul qualificare, sul contare e non sul valutare, sul far vedere e non sul far comprendere. La politica del fare l'abbiamo vista all'Aquila, l'abbiamo contestata a Berlusconi ma ora che si tratta si scegliere, abbiamo concesso che essa, inaspettatamente, ci convincesse. Strano, non trovate?
Renzi non è un uomo di sinistra. Non appartiene nemmeno a quell'idea ancora confusa, irreale, contraddittoria a cui molti si appellano parlando di 'una sinistra moderna ed europea'.
Vorrei che mi si dicesse, innanzi tutto, dove è questa sinistra moderna e chi la rappresenta? Blair? Zapatero? Hollande?
Dunque, posto che un Renzi, o chi per lui, s'ispirasse ad uno di questi signori, saremmo a posto?
Se così fosse, confermo la mia idea che questa sinistra nuova non mi piace. Se l'Europa, che come si vede sta virando spaventosamente, di nuovo a destra, cova in sé una sinistra di quel tipo, allora diciamolo. Ancor prima che qua in Italia, la sinistra è morta ovunque.
L'ambiguità con cui Renzi ha risposto su Sky alla domanda sui matrimoni paritari e sui diritti di adozione delle coppie Gay è emblematica del fatto che quell'uomo non garantirà una vera, significativa riforma.
Rottamerà. Ma dovrà cavalcare e appagare l'elettorato che lo ha così potentemente elevato oggi. e quell'elettorato è fatto in massima parte da una borghesia mediamente illuminata, che dal salotto buono arredato con cosine carine e costose comprate al mercatino equosolidale, si sente tanto, tanto vicina ai problemi sociali. Quella che vota Renzi è in massima parte la borghesia patinata e privilegiata dei film di Ozpetek.
E' la sinistruccia dei piccoli grillini in attesa, quelli per i quali Grillo dice cose giuste ma no, Grillo proprio no.
Poi c'è tutta una nuova fascia elettorale. Quella che di sinistra non è. Quella che guarda a Renzi con maggiore schiettezza. Perché non ha da inventarsi che sia un uomo di sinistra. Lo vede per quello che è: un ragazzo saccente, televisivamete ok, che semplifica le cose complesse, che parla sapientemente per spot e che, alla fine, terrà la barca pari perché in questo i democristiani sono storicamente scafatissimi.
Continuerò a sostenere, fino a prova contraria, che Renzi è un uomo profondamente di destra. Empirico, cinico, scaltro.
Machiavelli, suo concittadino, forse ne avrebbe apprezzate certe doti ma non altre.
Nessuna città meglio di Firenze poteva generare una creatura così potentemente ambigua e forte. Una città che non è mai stata realmente di sinistra pur fregiandosi di esserlo. Una città ricca, sontuosa che ha applaudito figli pericolosissimi quali Oriana Fallaci, altra figura terrificante nei confronti della quale si sarebbero dovute prendere ben più marcate e sicure distanze. La Toscana è la terra che ha dato i natali alle insormontabili ambiguità di un Montanelli che ancora oggi ci tocca sentire nominare come grande giornalista senza poter dire, nemmeno da sinistra, che fu uomo ambiguo, colluso, affascinato dai poteri forti (Mussolini prima e Berlusconi dopo....). In Toscana, una terra mediamente benestante e profondamente provinciale, solo la realtà di Livorno fa veramente eccezione. per il resto è terra d'una sinistra salottiera, di potentati territoriali di sinistra pericolosissimi (Siena sia da monito in secula), di leggerezze imperdonabili. Dove parrocchia e circolo Arci sono spesso il paradossale doppio volto d'una medesima faccia.
La terra del tarallucci e vino, che si mobilita ma che non vuole mai essere turbata, i cui equilibri devono rimanere statici e immutati come nei quadri del Rinascimento.
Una terra sottilmente rabbiosa vestita di quiete apparente.
Da qua s'eleva l'ascesa di Renzi.
Da questa terra non sincera giunge dunque l'uomo che oggi ha posto definitivamente fine alla sinistra.
Rottamerà, ne siamo sicuri.
Semplificherà e questo mi atterrisce.
Storicamente la sinistra guarda la complessità.
La destra semplifica.
Ma a guidare la nuova compagine sarà Renzi.
Sarà lui a portarci ancor più lontano da quel senso autentico di apertura, di ascolto, di volontà di mettersi alla pari coi diversi, di prendersi davvero a cuore i più deboli, cioè lontano da quei motori interiori che un tempo, ormai distante, furono chiamati 'identità' di sinistra.
Requiescat in pace.


















sabato 30 novembre 2013

Umida è la terra, e gravide le fosse


Umida è la terra e gravide le fosse
lunghe nei campi come serpi bagnate,
chinata la testa hanno del melograno
scompaginati i rami da forti scosse.
lontane son state le vette lavate
ed ora nel freddo, mi perdo lontano.



lunedì 25 novembre 2013

Io che amo le donne e immensamente gli uomini.

Se la mia generazione, quella compresa fra il 1970 e il 1980, avesse avuto accesso a ciò che le spettava, ovvero al ricambio che le avesse concesso di agire ed incedere sulla società, di collocarsi laddove ogni generazione dovrebbe, ovvero nella gestione della Cosa Pubblica, molte cose forse sarebbero andate diversamente.
A partire dalla questione delle donne.
Invece ci hanno fregato, sprofondati nell'intercapedine che ormai ingoia tutto. In questo paese di vecchi (e quando dico vecchio non intendo SAGGIO ma intendo STANTIO, FERMO), anche la questione delle donne, assieme a tanto altro, è ferma, indietro anni luce.

ok

Oggi si festeggia la giornata contro la violenza alle donne. La giornata del fiocco bianco. Fino a qualche anno fa anche io mettevo il fiocco, quando ancora le giornate tematiche erano poche e celebrare qualcosa poteva avere un senso.
Ora non lo metto più.
Non perché non voglia combattere accanto alle donne per la loro incolumità e la loro dignità, bensì perché in questo inutile tripudio di celebrazioni tutto si appiattisce, diventa azione momentanea, memento fulmineo, lavatina istantanea di coscienza.



Per non parlare di questa usanza così sterile e granfratellesca del Flashmob: ora si fanno flashmob per ogni occasione, dalla più futile a quella più rilevante, in verità piuttosto per assecondare orde di affamati di protagonismo collettivo, per coreografare tutto. Tutto è coreografia, danza, sincronizzazione. Un'immensa trasposizione nel sociale di quel marcio sistema coniato e forgiato da Maria De Filippi che ha trasmesso ad un'intera massa umana, ahimè soprattutto  alle nuove generazioni, il senso che la democrazia sia fare caciara, gridare la propria, ballare anche se non si sa ballare, fare l'eco a quello che grida più forte. Fare massa. Che è l'opposto, secondo me, di ciò che dovrebbe essere la democrazia.



Mi fanno tristezza le attrici seriose che recitano per le donne orribili poesie, le ragazze che fanno i flashmob per sostenere le donne, le persone che oggi sentono potentemente un tema antico e drammatico come fosse cosa nuova, cosa dell'ultima ora.
La subordinazione della donna ad un sistema di pensiero maschilista, quello che ha dominato la maggioranza delle civiltà dalla notte dei tempi, è un tema crudele e arcaico.

Sentire oggi gli interventi in TV, quelli promossi a vario livello dai comuni, quelli online e sui socialforum, mi ha fatto spesso inorridire.
A respingermi non il tema in sé, che è sacrosanto (purché la si finisca di usare la parola FEMMINICIDIO con quella morbosa e compiaciuta voglia di conformismo mediatico che è toccato, tempo fa, a parole come TSUNAMI, KAMIKAZE, TERRORISMO, SCIAME SISMICO).
Nelle forme del trattamento superficiale e sensazionalistico che se ne fa, l'argomento vende bene e distrae dalle profonde e preoccupanti magagne del nostro paese che sta morendo mentre facciamo finta di sperare.
Un paese che non riesce a mettere fuori uso un presidente del consiglio che sulle donne ha operato un'azione di inqualificabile svalutazione mercificante, perché mai dovrebbe sensibilizzarsi un giorno all'anno contro la violenza alle donne se l'ha legittimata fino ad oggi nella codifica di un sistema sociopolitico secondo cui, per anni, le poche donne che hanno conquistato prestigio sono state le più abili con gli apparati genitali e non le loro menti? Ma perché nessuno si è incazzato sentendo la Polverini parlare ieri di femminicidio e sostegno alle donne? Ma se Mara Carfagna è stata per anni ministro delle pari opportunità, dopo aver precedentemente assecondato quel sistema maschilista che collega l'uso-abuso del corpo femminile (giornale, rivista, calendario da garage o bottega del barbiere di serie B) con la pratica quotidiana della cosificazione della donna, perché mai dobbiamo tollerare che a parlarci del rispetto alle donne siano proprio coloro che hanno fomentato la violenza su di esse?



Dicevo che molti interventi mi hanno fatto inorridire.
Perché?
Perché superficialmente oggi tutti gli uomini sono diventati cattivi.
In questa sorta di 'volemoLE bene' collettivo, compulsivo e non meditato, l'uomo, entità maschile, è diventato paradigma.
Paradigma del male, l'uomo.
Paradigma della fragilità sottomessa, la donna.

Io francamente non ci sto.

Così si banalizza, si fa una populistica riduzione a minimi termini sbagliati. Ridurre ai minimi termini va bene se i calcoli son giusti e se l'analisi del problema, complesso, articolato, stratificato, è stata compiuta con serietà.
Io non faccio parte di quegli uomini che offendono le donne. Lo posso sottoscrivere. Tanto meno appartengo alla stirpe dei picchiatori (una volta sola mi sono menato alle elementari con Miria, una mia coetanea, ma ne presi più di quante ne ho date). Nemmeno mio padre ha mancato di ripretto a mia madre o a sua madre. Nemmeno mio fratello. Nemmeno Stefano, nemmeno Daniele, Alessandro, Marco, Nicola e via, via, potrei stendere la teoria dei miei amici, colleghi e parenti che non rientrano in questa riduzione ai minimi termini.
Io non voglio trasformare questa giornata nel 'facciamoci un esame di coscienza, noi uomini siamo sbagliati'.
Ci sono molti uomini sbagliati, anche molte donne probabilmente.
Ne ho conosciuti e ne ho conosciute.
Quegli uomini dipendono e amplificano un sistema di riferimento che rimane maschilista e prevarica le donne.
Io oggi mi metto contro il sistema, non contro gli uomini.
Io non sono un uomo sbagliato. Così come non sono un italiano che ha votato Berlusconi, non sono un italiano che non paga le tasse, non sono un italiano che discrimina gli altri per le scelte di fede o affettive, e sono un italiano che pensa davvero che uomo, donna o transgender non faccia differenza legalmente e sul piano della dignità. Le differenze le amo, ma di fornte ai diritti per me siamo davvero uguali. Tutti. Sono fieramente un bell'italiano, come tanti che ho intorno. Appartengo alla parte sana di questo paese, quella che non ci sta a fare di tutta un'erba un fascio.
Quella che non viene fuori ma che c'è.
Grazie a Dio c'è.

Oggi quella parte sana, fatta di donne privilegiate e uomini fortunati, si dovrebbe riunire in un grande abbraccio protettivo entro il quale fare sentire le donne che hanno subito abuso serene, consapevoli di avere una nuova prospettiva.
Prenderci cura di loro, noi uomini fortunati e voi donne privilegiate. Questo dovremmo fare. Dico donne privilegiate non per polemizzare ma perché sono il primo a riconoscere che se una donna oggi riesce ad emanciparsi e a vivere uno stato di (quasi totale, ma non ancora totale) parità con gli uomini, senza subire alcuna discriminazione o offesa, beh, quella donna è privilegiata (probabilmente per estrazione sociale, per cultura, per area geografica di appartenenza o, cosa ancor più stupefacente, per forza d'animo e coraggio). Privilegio qua non sta per 'aristocratico beneficio' bensì significa'dono, fortuna'.
Nascere in un luogo piuttosto che in un altro, in una famiglia piuttosto che in un'altra, in una fede religiosa piuttosto che un'altra, può essere una sfortuna o una fortuna. Non si nasce tutti uguali, la vita non distribuisce a tutti le stesse chances.

Avrei voluto sentire discorsi misti, che non contrapponessero uomini e donne, ma che accomunassero gli italiani e le italiane migliori in un grande movimento di riflessione e azione sul problema irrisolto della prevaricazione sulle donne.
Ma torno a dirlo: se ci fossimo stati noi, forse le cose sarebbero state diverse.
Noi che nelle classi miste avevamo compagne bravissime, spesso le migliori; noi che con le donne abbiamo riso, gareggiato, studiato, scambiato opinioni, ci siamo amati, lasciati, bisticciati. Senza mai dubitare che un medico donna, un dentista donna, un professore donna, un'autista donna, una superiore, avessero qualcosa in meno di un corrispettivo maschile.
Essere laddove le proprie capacità ci dicono di andare è un diritto senza genere. Noi, della nostra generazione, questo non lo abbiamo solo capito, lo abbiamo interiorizzato.
La mia generazione, che era bellissima, forse la più bella e lo dico senza presunzione, ve lo avrebbe insegnato: a voi più vecchi che anche nel migliore dei casi, al sistema maschile fate riferimento; a voi più giovani che siete stati allevati nell'aria vuota e nell'arroganza dei talk show.

Stasera io amo le donne, intimamente, profondamente.
Ed amo gli uomini, amo i molti che sono nella mia vita, la loro non scoperta complessità, il lato meno conosciuto che attende la luce.
La sensibilità azzurra che li rende persone speciali.
Perdonatemi se stasera mi accosto per solidarietà a questi, capeggiati da quell'uomo straordinariamente umano, rispettoso e moderno che è stato mio padre.
Facciamo un grande falò, che ci scaldi sulla riva del mare in questa fredda e tersa notte stellata.
Per accoglierle.
Accogliere le nostre muse, le compagne, le figlie, le madri, le amiche, le amanti, questo stuolo meraviglioso di speciali viaggiatrici che ancora hanno un bagaglio da portare più peso del nostro. Non per colpa nostra. Ma proprio per questo, per farle sentire in tutto e per tutto viaggiatrici autonome del viaggio, dobbiamo aiutarle a svuotare quel bagaglio, a renderlo esattamente peso come il nostro.
Dobbiamo equilibrare i bagagli.
Conterranno ciascuno oggetti e abiti differenti, ma saranno in peso uguali.
Quando avremo bruciato le eccedenze, nel falò, quando saremo uguali in peso e diversi in sostanza, allora speriamo che le cose cambino davvero, in profondità.
Partiremo allora.

Dedico una stella tutti gli uomini fortunati, alle donne privilegiate ma, soprattutto, alle donne che ancora stanno sotto il peso malato di uomini sbagliati.
A voi dico: sono con voi ma io sono un uomo infinitamente migliore di quelli che avete avuto la sfortuna di incontrare. E con me, a tendervi la mano, ce ne stanno tantissimi.
Qua intorno al fuoco.
Sotto le stelle.