martedì 5 marzo 2019

IL BAMBINO PUNGITOPO le metafore pungenti dell'infanzia.

Stamani dopo essere stati nel bosco a osservare, ascoltare ed odorare l’Inverno che se ne sta andando prima del tempo, siamo andati alle nostre 4 aiuole stagionali. Simonetta, la mia collega esperta di piante selvatiche, di fiori di campo, di semi e di ogni forma di grazia e bellezza vegetale, ci mostrava il magico rifiorire della vita e il falso morire dell’inverno. Noi ascoltavamo, scoprivamo la ‘piccola’ foresta inferiore, dove si affacciano scorci di viola feroce, di pervinca e di giallo, dove ciò che marcisce alimenta un brulicante senso di rigenerazione costante. E’ il tempo prematuro delle violette, dei narcisi. I tulipani sbucano anzitempo nell’aiuola di primavera mentre ancora l’elleboro, nell’aiuola d’inverno, fa mostra delle sue turgide fioriture verdi.
Proprio mentre eravamo seduti intorno all’aiuola più sorprendente, quella d’Inverno, con gli iris screziati, gli ellebori e i pungitopo, il calicanto prossimo ad aprirsi, accade una cosa. Una di quelle epifanie a me tanto care.
Quando vedi le cose, scorgi una verità.
Capisci qualcosa di te e di chi hai di fronte.
Lui è un bambino tostissimo. Difficile. Capace di sovvertire l’equilibrio. Di romperlo. Una delle sue modalità ricorrenti è la provocazione. Il suo centro è lui e una richiesta costante di attenzione e di affetto, sostenuta dalla sua intelligenza, ne fanno un disturbatore senza pari. Da Settembre ad ora è riuscito a portare me e la mia collega a stadi di esasperazione davvero alta. Ho avuto le vene in fronte e nel collo per attacchi di rabbia come poche volte mi è successo nella mia carriera.
Eppure sappiamo che soffre.
Che la sua rabbia e la sua energia senza argine hanno origini in una zona di ombra dentro di lui, è un modo per reclamare il suo diritto di esistere. Esistere a scapito di tutto e di tutti.
Del resto le aiuole stagionali ci ricordano che ogni essere desidera esistere a scapito di tutto e di tutti.
Bene.
Questo provocatore piccolissimo si incaponisce di sapere il nome di una pianta che Simonetta sta illustrando.
- E’ il pungitopo.
- No, ascolta, - risponde con gentilezza lei, - questa pianticella non è il pungitopo.
Lui insiste finché comprende che si è confuso con l’arbusto accanto a quello di cui stavamo parlando.
- questo è il pungitopo, - dice il bambino indicando il vero pungitopo. Le sue bacche rosse attaccate alle foglie ostentano la propria singolarità, - è la mia pianta preferita.
Mi scappa un sorriso ed una battuta:
- E ci credo, ti ci vedo proprio come pungitopo.
Lui si fa serio, lo sguardo è umido.
- Sì, - dice con una spiazzante calma malinconica, - è come me, pungente.
Pungente.
Anche i compagni lo guardano. E’ l’epifania.
Lui non guarda nessuno.
Io e Simonetta ci scambiamo uno sguardo complice e sono sicuro che lei sta provando quello che provo io. Abbiamo sentito quella tensione che si fa liquida, spezzandosi nella testa per farsi commozione. A volte capita a noi maestri e quando capita proviamo un senso di profondo smarrimento misto ad ammirazione. Questo stato emotivo, per cui ti smarrisci nell'ammirazione, non ha un termine preciso nel vocabolario italiano per definirsi. Però esiste. ed è una cosa potente e strana.
- E’ bello quello che hai appena detto, - dico.
- Non è bello, - ribadisce lui.
- Non c’è niente di male nell’essere pungenti. Saperlo riconoscere è una cosa bella e importante.
Questo forse lui non l’ha capito anche perché, diciamocelo, quando è pungente, ripetutamente pungente, non riceve di certo apprezzamenti.
Eppure quella sua capacità di cogliere la metafora che la sua pianta del cuore gli offriva ci ha messi, per un breve istante, in una forte sintonia.
L'ho ammirato profondamente smarrendomi in questa ammirazione.
Può una cosa pungente, capace di produrre bacche meravigliose, essere una bella cosa?
Sì. Restituire al pungitopo il suo ruolo nell’insieme dell’aiuola, farlo splendere della sua bellezza senza che il suo essere pungente sia una minaccia ma solo una caratteristica, ecco….
So che è là che dobbiamo tendere.
Proteggere i pungitopo da se stessi, dalla propria pungente natura, e riconsegnarli alla bellezza dell’insieme.
Maestro delle Balene

sabato 2 febbraio 2019

I RITRATTI DI COSCIENZA



Ci sono ritratti che ci guardano realmente, perché sono stati fatti per scrutare l'umanità eternamente. 
Io li chiamo ritratti di coscienza. 
Non tutti i ritratti lo sono. 
Faccio per dire, la Gioconda non lo è e nemmeno i bei ritratti di Bronzino. 
Il che non significa che siano brutti, la Gioconda e i ritratti di Bronzino. Solo che 'i ritratti di coscienza' nascondono un incantesimo. 
Vi è stato infuso un potere speciale, quello di mantenere aperto un varco di sguardi fra l'effigiato e chi lo guarda. In questo modo si ha l'impressione che gli occhi curiosi ed umanissimi di un uomo vissuto quattro secoli fa continuino a vedere chiunque passerà davanti a quella finestra di tela nei tempi a venire. 
Stupendosi, studiando i mutamenti della stirpe degli uomini, quei personaggi rimangono persone.
Sì, perché quasi sempre le persone ritratte secoli fa finiscono per divenire personaggi (come la Gioconda, come gli enigmi di Antonello, come i sublimi effigiati di Velasquez o di Vermeer).
I ritratti di coscienza no, quelli rimangono persone. Per sempre.
E questo li rende speciali.
Incappare in uno di questi misteri del tempo, in un Museo che li decontestualizza e al contempo li isola potenziandone il senso di incanto, è un'epifania potente e commuovente. 
Mi troverete spesso là, in un museo, di fronte ad uno di questi scioccanti specchi dell'anima. Magari sorriderò o piangerò, ma farò fatica a venir via.
Fra i molti ritratti di coscienza che da sempre mi commuovono e mi fanno percepire assieme la fragilità e la grandezza dell'uomo, questo di Giorgione è uno dei più belli e misteriosi. 
Cosa penserà questo bel giovane, malinconico ma non sconfitto, colmo di pensieri ma non appesantito dalla sua anima, di noi umani del 2019? 
Non lo so, ma sento delle affinità con lui. 
La percezione di una indole ballerina dell'umanità, di un perenne disequilibrio che ci rende costituzionalmente inquieti e irrisolti, abitanti di epoche crudeli, dove le ombre prendono il sopravvento sulla linea breve di taglio della luce del mattino.

Maestro delle Balene

Giorgione, Doppio ritratto, 1502 circa.
Roma, Museo di Palazzo Venezia.

venerdì 25 gennaio 2019

Arrivati dal Mare. I bambini e i migranti. Questione di coscienza e di memoria.

Non lo so se va bene. Ma ci provo.
Oggi racconterò ai bambini questa storia. 
Si ambienta nella Grande Valle che con mie colleghe abbiamo creato per far nascere storie di animali e creature che aiutino i bambini a imparare a scrivere e fare di conto.
Domenica sarà il giorno della memoria.
Credo che gettare semi di memoria sia un atto di coscienza.
Creare coscienza del presente è indispensabile per accogliere la memoria.
Sono piccoli i nostri allievi ma possono iniziare a prendere coscienza.
Sicché come urgenza, come militanza civile e didattica, ho sentito con le mie colleghe di creare questo racconto.
Che parla di migranti, che parla di accoglienza.

Bisogna agire.
In modo profondo ed alto.
Chissà....

IL Maestro delle Balene


 

 

 

 

 

lunedì 21 gennaio 2019

Insegnare oggi, in Europa. Bagnati da un mare pieno di morti.

Stamani ho avvertito i bambini.

Hanno tutti 6 anni, eccetto una anticipataria di 5 ed uno, il più vecchio, di 7 freschi freschi di compleanno.

Li ho avvertiti che sarebbe iniziata una settimana strana, non proprio piacevole forse.

Che domenica prossima sarà la giornata della memoria.

Che ricorderemo cose difficili da ricordare e dolorose da tenere a mente.

Ma ho anche detto loro che nel prepararci a ricordare, dovremo affrontare il presente.

Il presente che viviamo, ora, non è bello. E' seminato di dolore.

Ho chiesto chi sapesse osa stava accadendo nel mare che bagna la nostra penisola.

Pochi lo sapevano, solo in tre.

Forse sono stati protetti da quel dolore.
Forse qualcuno non se ne accorge di quel dolore e allora nemmeno si pone il problema di sottoporlo o meno alla riflessione dei propri cuccioli.
Forse, nella distrazione pluristimolata del tempo corrente, qualcuno non se ne è accorto perché accade anche che non ci si accorga più nemmeno dell'orrore.

Ma io sono un insegnante.

Mio malgrado, sono una sentinella di memoria.

Non posso permettere che questo dramma scivoli via. Non lo farei mai, ancor più in questi tempi in cui si istituzionalizza tutto, anche la memoria.

Perché rischiamo di perderla.

Ho preso un libro. Bellissimo. Lo tengo nella rocca biblioteca di classe.
Si chiama ' IL VIAGGIO' ed è un'opera di Francesca Sanna, autrice e illustratrice dal tratto poetico,
capace di investire temi coraggiosi di un'epica intima ma sincera.
I bambini hanno ascoltato e osservato con silenzio devoto.

Li ho visti impauriti.
Commossi.
Si parla di famiglie che stanno bene, serenamente in una città di mare.
Di guerra che giunge a portare via tutta quella vita normale.
Di padri che muoiono.
Di madri coraggiose che prendono i figli e li portano via, via dal dolore. Verso mete lontane, a Nord.
Viaggi pericolosi, incontri sgradevoli.
Attraversate in mare angosciose, dove l'unica cosa che può aiutare è il sogno, la prospettiva immaginifica di quella terra sconosciuta capace, forse, di accogliere e ripristinare il futuro.

Confini da passare, muri da scavalcare, guardie da eludere.

Cosa sono i confini? Mi chiedono i bambini.

Sono barriere, sono linee immaginarie che gli uomini rendono pesanti e concrete. C'è chi sta di qua e chi sta di là.

Sono un brutta cosa i confini?
Sì, ora sono certo di non sbagliare a dire loro che sì, i confini sono una brutta cosa.

Una luce di bellezza e di ristoro da tanto dolore è comparsa dentro di noi quando, quasi alla fine del libro, Francesca Sanna disegna uno stormo di uccelli che vola sopra il treno. Il treno che, infine, porta i protagonisti verso una meta che non sapremo mai se verrà raggiunta. La bambina protagonista guarda quegli uccelli e dice:

'Gli uccelli stanno migrando proprio come noi. Anche loro devono fare un lungo viaggio, ma non devono superare nessun confine.'

Ecco, io voglio un mondo senza confini.
Non lo vedrò, lo so.
Ma spero di contribuire in qualche modo perché le persone del futuro possano farcela a cambiare le cose.
Si buttano semi.
Il che non è cosa semplice e indolore.
I semi germineranno solo se non risparmiamo il dolore ai nostri bambini.
Il dolore è un nutrimento necessario.
Esistono modi garbati eppure efficacissimi per parlarne.
E dobbiamo farlo.

Cosa è la memoria?
E' il presente. Le persone morte ieri in mare sono già memoria.
Se non siamo capaci di comprenderlo, allora seminiamo male. E saremo cancellati.
Chi coltiva la memoria, coltiva il presente e fa in modo che non si sbiadisca.

Chissà se un domani, nella memoria di qualcuno dei miei allievi, la lettura di stamani sarà rimasta, se avrà un posto in quella radice forzuta che abbiamo dentro e dove si annidano le cose importanti che ci fanno agire.

Io me lo auguro.
E intanto costruisco coi miei colleghi e i nostri allievi percorsi di coscienza.
Nel dolore. Anche nel dolore.

R.M. Il Maestro delle Balene





sabato 25 agosto 2018

LINDSAY KEMP, LE MIE NONNE E COME NASCE LA FOLGORAZIONE.



Avrò avuto circa 12 anni.
Bruttissima età. A scuola mi barcamenavo.
Ero un goffo saputello incastrato dall'acne, da una voce maledettamente femminea, da una ricerca personale che spesso andava dove avrei preferito che non andasse, da amicizie faticose e bullismo a tutta randa (ovviamente subìto, anche fisicamente).
Il mio amico migliore era il pianoforte e la cosa, lo si capisce, non era molto sana per un adolescente già incline al solipsismo.
Anni brutti, ma brutti davvero.
Tuttavia qualcosa di buono c'era.
Le mie nonne erano abbonate alla stagione teatrale del Giglio. Da anni e negli anni a venire, quelle due consocere così diverse fra di loro, avrebbero condiviso assieme questa passione tutta borghese per la prosa. Ogni tanto, se ritenevano che lo spettacolo fosse adeguato alla mia età, mi portavano con loro comprando un biglietto per me.
La cosa mi rendeva felice. Dopo il pianoforte, le mie migliori amiche erano le mie nonne. Tanto per ribadire che qualcosa non andava.
Mi univo a queste due signore borghesi ma divergenti da qualsiasi stereotipo e mi immergevo in un mondo che mi piaceva forse più per l'atmosfera architettonica e rituale che non per quello che ci si faceva dentro.
La struttura, la dimensione luminosa, il gigantesco lampadario, i palchetti, quella sobria sontuosità che il teatro del Giglio presenta, mi facevano stare bene. Ecco - dicevo - finalmente un posto dove io sto bene.
Poi accadeva che anche qualcosa di quello che mi veniva proposto, mi colpisse ma era cosa rara. Durante l'Iliade del Teatro del Carretto mi addormentai, tanto per fare un esempio.
Ma Laura e Modesta non desistevano e fecero bene.
Continuarono a portarmi a teatro quando lo ritenevano adeguato.
Evidentemente le mie due portentose nonne sapevano quanto certe cose, in verità, avrebbero lasciato in me un segno. Visionario, lirico, creativo.
Perché non era il teatro recitato a piacermi (lo avrei apprezzato più tardi e forse, sinceramente, mai del tutto) ma le cose strane, la danza o ciò che giocava, trasformandone il senso d'uso, con gli oggetti e le luci. Ricordo a 10 anni, sempre con questi due pilastri della mia formazione infantile, di essermi divertito ed incantato col Cirque invisibile di Jean-Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin. Iniziai a creare spettacoli domestici con ombrelli, veli, marionette.... era quella roba lì che mi piaceva.
Erano le radici di un immaginario che non mi ha più abbandonato.
Ma quando avevo 12 anni avvenne la vera iniziazione. La folgorazione. L'epifania che per sempre cambia la vita. Come fu con Ventimila Leghe sotto i mari per la lettura, Alice nel paese delle meraviglie di Lindsay Kemp segnò per sempre il mio amore preferenziale per un certo tipo di teatro.
Alice nel paese delle meraviglie è un testo letterario importante. Lo so. Tuttavia dovessi dire che è un testo che amo direi una falsità. Mi costringo a considerarlo ma non lo amo. E' così. Come il Piccolo principe e anche altre 'sacralità' con le quali faccio a cazzotti. Avendo letto da poco Alice, ero alquanto dubbioso. Uno spettacolo su quel testo, pensavo, mi avrebbe annoiato come il film della Disney.
Non andò così.
Bastò che il grande lampadario si spegnesse piano piano e che quel pulsare di luci magiche, di colori accennati si mettesse a evocare sul palco una storia danzata, mimata, trasfigurata, perché venissi trascinato via, letteralmente, dalla sedia.
Lindsay Kemp mi regalò, quella sera, una rivelazione. Mi svelò che si può raccontare in modi differenti, che il corpo è una narrazione in sé, che grazie a dio si può narrare senza parlare. Che le luci sono la vera essenza del teatro. E le ombre.
L'androgina, goffa eleganza di quel danzatore mimo che senza avere un corpo adeguato al suo compito, creava costantemente bellezza, mi mostrò altre strade che solo più tardi, molto più tardi, avrei davvero compreso. E alle quali sono oggi profondamente grato.
Il teatro di Lindsay Kemp (che avrei frequentato con Onnagata, Sogno di una notte di mezza estate) suggestionava e si muoveva con grazia e ironia fra estremi sconcertanti. Poteva persino apparire scomodo ma era sempre legittimo, anzi, legittimato. Il perimetro della scatola scenica legittimava la nudità dei danzatori, la promiscuità della sua visione orgiastica, trasformava tutto, anche il paradosso, in qualcosa di struggente e poetico.
Questo signore, che fu maestro anche di un'artista che amo profondamente, Kate Bush, se ne è andato. Tutto nella sua vita, dalla visione poetica alla sua dichiarata omosessualità che tanto aveva motivato le sue scelte artistiche, lo rendono un maestro, un faro.
Abbiamo bisogno di fari.
Quando uno di essi si spinge, urge affrettare le onoranze di rito e trovare un modo per riattivarne la luce dentro tutti coloro che lo hanno amato. Allora quel faro non muore e rivive nei così detti seguaci, discepoli, amanti.
Mia nonna Modesta divenne ceca dieci anni fa. Fu allora che le mie nonne smisero di andare a teatro. E così iniziò la loro vecchiaia che è stata un declino inesorabile. Modesta è morta questo inverno, a 95 anni. Laura è prigioniera di un alzheimer che le impedisce di vedere il mondo come è, la spinge in qualcosa di confuso e distante nel quale vede cose che non vedo. Un teatro sì, ma un teatro che non va bene, che non è oneste e che fa soffrire.
Ma la luce di Kemp illumina ancora sia l'una che l'altra. Mi tengo stretto a quel ricordo, oggi che anche io faccio teatro con splendidi amici. Quando nelle nostre azioni sceniche compare la danza, o la luce si accende ad evocare qualcosa, oppure sotto o sopra dei teli diamo vita alla trasfigurazione di un oggetto in qualcosa d'altro, io sento vibrare i miei 12, sfigatissimi anni, e rido: sono illuminato da un maestro e fra il pubblico, lo so, ci sono le mie due potentissime nonne che ridono felici, con me.
Buon teatro, buon viaggio mister Kemp.
Grazie

sabato 24 febbraio 2018

Sherman Alexie è un grande scrittore.
E’ anche un americano ma soprattutto è un indiano di origine spokane. Il che lo rende, e lo si evince chiaramente dalla sua scrittura, un uomo irrisolto che dolorosamente ma anche ironicamente fa i conti con una profonda crisi identitaria.
Con uomo irrisolto si intenda ‘uomo che non riesce più ad identificarsi e dunque trovare risoluzione in un gruppo’. La non appartenenza è la condizione generale di quasi tutti i personaggi delle bellissime storie (se storie possono dirsi) raccolte in ‘Danze di Guerra’, testo miscellaneo di racconti brevi e poesie, fresco di pubblicazione per le edizioni NNE.
Sherman Alexie è un grande scrittore perché sa collocare se stesso e la sopraccitata condizione di non appartenenza dentro la scrittura senza tuttavia raccontarsi in modo compiaciuto ed autobiografico. Si allontana, dunque, da una certa tradizione narrativa americana che ha fatto della narrazione e dell'esaltazione del sé il proprio rovello creativo (si pensi ad Hemingway o Bukowski). 
Alexie dissemina, piuttosto, di se stesso e del suo vissuto tutta una costellazione di personaggi che sono anche altro da lui e che si raccontano con fare lucido, poetico e ironico ma sempre venato di una malinconica, ossessiva rassegnazione. La rassegnazione di non fare realmente parte dei contesti in cui si è costretti a vivere. I luoghi di lavoro, la famiglia, le città sono sempre ambiti nei quali l'io narrante (quasi sempre espresso in una soggettiva prima persona di forte presa) prende atto della sua non appartenenza. Molti dei protagonisti dei racconti, infatti, sono indiani di nuova generazione che fanno i conti con un contesto sociale ammorbato, quello statunitense, che si proclama democratico senza esserlo autenticamente e dove la specificità etnica diventa un doppio fardello: non si appartiene del tutto a tale contesto, con le sue disfunzioni e le sue gerarchie, ma non si appartiene neppure più alla cultura di provenienza. Solo i padri, spesso figure patetiche legate a ritualità imbastardite da contaminazioni contemporanee, riescono a rievocare il passato indiano aiutati dall’alcolismo, confinati nella marginalità.
La lingua con cui Alexie si esprime è contemporanea: unisce all’asciuttezza tipicamente americana, priva di ogni aspetto descrittivo, una componente lirica ed evocativa che via via sfocia in poesie vere e proprie. Si tratta di un espediente ritmico, un escamotage per contrappuntare la prosa con i versi. Tuttavia, come in un gioco di specchi, se la prosa di Alexie eredita tratti lirici, per osmosi la sua lirica procede in modo quasi narrativo.
Ne scaturisce, complessivamente, un potente e solido impianto del tutto nuovo (almeno per mia conoscenza, devo dire molto ridotta, della letteratura americana).
Un altro tratto distintivo della scrittura di questo autore, è il taglio - il missaggio si potrebbe dire - che viene impresso ai racconti. Quasi tutte le storie si interrompono in modo inatteso, raramente vengono ad una conclusione definita. Piuttosto, sembra quasi che Alexie sospenda il procedere del racconto laddove, sapientemente, le informazioni sono sufficienti per immaginare un possibile proseguo. Eppure, in sé, ogni storia ha la sua compiutezza ancorché raggiunta nello scorcio fulminante di poche pagine.
E chi popola queste pagine così belle?
Ci sono addetti al missaggio di origine spokane che uccidono giovani ladruncoli di colore e non riescono a pacificarsi né con l’atto compiuto né col fatto di essere a loro volta parte di una minoranza fraintesa; ci sono commercianti di vestiti vintage che non riescono più ad amare la propria moglie seppur bellissima e che cercano disperati incontri sessuali con altre donne senza risultato; incontriamo rampanti figli di senatori repubblicani che pestano a sangue il proprio amico gay vedendo così sgretolarsi il proprio universo di certezze per un senso di colpa che fatica a trovare un centro autentico di riflessione (il padre è più aperto di quanto un repubblicano dovrebbe, l’amico gay è più repubblicano di quanto ci si aspetterebbe da un gay); incontriamo sceneggiatori in erba, anch’essi di origine spokane, che perdono l’ispirazione quando il mondo di Hollywood impone loro di abdicare alla bellezza ma che riescono poi a recuperare il gusto di scrivere in modo davvero imprevedibile; la carrellata è ampia, sempre nuova. C’è spazio anche per un haiku destrutturato che diventa una prosa in tre tempi brevi dove suore e ragni si mescolano grazie a pennellate narrative di grande sintesi. Siamo dentro un universo con ricorrenze e riti ma vivificato da una variatio sempre nuova che rende il ritmo incalzante, la lettura fluida, l’attrattiva fortissima.
Sfondo geografico ed urbano di queste storie sono quasi sempre Seattle, città dell’autore, e lo stato di Washington. Si tratta di quella parte d’America che, posta a Nord Ovest, ospitò un tempo la popolazione spokane oggi confinata nelle riserve o, come nel caso dell’autore e dei suoi personaggi, mescolatasi in un meticciamento etnico non del tutto pacificato.
Unico neo, forse, rilevabile in questo testo bellissimo è la mancanza pressoché totale di descrizioni dei luoghi. Questa tendenza molto attuale della letteratura americana ma anche europea, rischia di costringerci a sforzi immaginifici. Chi non conosce Seattle e il suo stato, cosa può immaginare dietro l'agire di tanta umanità? Sherman Alexie è anche sceneggiatore. Molti scrittori di oggi lavorano per il cinema. Ovviamente le sceneggiature possono omettere i riferimenti descrittivi poiché saranno compensati dalla visione cinematografica. Ben venga l’impianto narrativo modellato sulle procedure di scrittura per cinema. Ma leggere significa anche vedere e a volte un accenno, anche breve, a dettagli di ambienti e luoghi può regalare a certi lettori come me un’emozione in più.
Detto questo, chiudo con una nota sulla bellissima traduzione del testo ad opera di Laura Gazzarrini. Convertire in altra lingua testi così complessi significa innanzi tutto trovare un compromesso fra la visione dell’autore, senza tradirne lo spirito e la ricchezza di sfumature emozionali, e la sua ricercatezza linguistica. I giochi di parole, gli inserti poetici, i neologismi di cui l’intera opera è tramata devono aver richiesto un’accurata procedura di traduzione e riscrittura. Non c'è una pagina, dall'inizio alla fine, dove si percepisca una qualche fatica di riscrittura. La lastra è tersa, non vi sono incrinature. Di particolare pregio è la nota della traduttrice posta in chiusura dove ci viene ricordata la capacità di Alexie di partire dai microcosmi della quotidianità per giungere ai grandi temi universali.
Ed è proprio un senso di appartenenza universale che si prova alla fine, dopo il meraviglioso testamento lirico del libro, la poesia 'Catena alimentare'. L'ultimo verso è esattamente quello che il lettore sente risuonare in sé, pieno di gratitudine: ho amato la mia vita. 
E' proprio così.

Da leggere.

venerdì 9 giugno 2017

L'INTELLIGENZA DEI BAMBINI E LA POLITICA CATTIVA. UN'ESPERIENZA DA RACCONTARE

E' accaduto stamani.
Ma l'antefatto si dipana nei mesi di questo complesso anno scolastico, denso, articolato e sperimentale. Anzi, gli antefatti sono due. Vi sarei grato di leggere, anche se sarò lungo. E dirmi cosa ne pensate.
Antefatto 1.
Durante l'anno, in modo sempre interdisciplinare, io e la mia collega abbiamo proposto ai bambini una riflessione costante - basta sulle istanze pedagogiche della maieutica e della dialettica - sui grandi principi di riferimento della nostra civiltà e della nostra Costituzione. Abbiamo dibattuto e riflettuto su cosa significa realmente essere cittadini, democratici, antifascisti. Abbiamo capito che l'opinione è una questione importante ma va motivata altrimenti non ha alcun senso, che la competenza stabilisce la capacità di emettere un giudizio di valore e che l'opinione non è equiparabile alla valutazione competente. Abbiamo provato a comprendere il rispetto delle idee altrui salvo avere dei paletti necessari in base ai quali possiamo stabilire che alcune cose, come il fascismo, sono un male assoluto, punto e basta. E che altre, invece, come la libertà di pensiero, di espressione, di manifestazione del sé sono sacrosante e vanno difese sempre. Che lo stereotipo fa male ed è un male della nostra società. Che possiamo farci sentire in molti modi.
I nostri allievi sanno che possono non condividere le opinioni dei loro insegnanti. E' una cosa difficile da sostenere ma, anche se mi complica regolarmente la vita, non riesco a rinunciarvi. Loro sanno che possono discutere con me e con i miei colleghi salvo motivare le loro opinioni divergenti. Ho imparato cose preziose da questo faticoso ma entusiasmante approccio: le classi possono aprirsi come fiori straordinari, ogni singolo apporta la sua visione. Nella mia classe di diciassette complessi universi, ci sono idealisti, utopisti, pragmatici, polemici, confusi, moderati, estremisti radicali... dialogano, si confrontano anche con forza, ma alla fine sanno che viene loro offerta una chance: sperimentare la difficoltà assoluta del dibattito democratico e quel processo di trovare una sintesi che non è banale compromesso, ma è il frutto di un ragionamento che tende al bene comune.Siamo stati a Barbina sulle orme di Don Milani, abbiano letto pezzi della Costituzione ed imparato a memoria, dopo averci ragionato su, i primi tre articoli.
Ebbene: cosa è accaduto?
Circa due settimane fa, i bambini hanno scritto collettivamente una lettera ufficiale alla dirigente e al sindaco del nostro comune per rilevare alcune problematiche del nostro plesso. Tali problematiche interessavano il cortile ma soprattutto l'aula in cui ci troviamo, perché rispetto alle altre è piccolissima e malmessa. Proprio per questo, i bambini della nostra classe, una quarta, hanno scritto la lettera in questione a nome dell'intera comunità scolastica. La lettera è stata scritta secondo le procedure apprese durante l'anno (abbiamo riflettuto sull'ufficialità o, viceversa, sulla informalità delle lettere). Il testo è stato poi letto e approvato da tutte le altre classi. Un testo asciutto, chiarissimo, dove il linguaggio appropriato era comunque quello di bambini che si cimentavano con le regole della struttura epistolare ufficiale. Un testo che, come noi docenti abbiamo cercato di indicare, si chiudeva con un cortese invito alla sensibilità del ricevente.
Un gesto di civiltà e di correttezza.
Perché educazione è prima di tutto saggezza e potere di farsi comprendere senza soffocare il messaggio con inutili energie.
Non ci serve l'arroganza della lega o dei 5stelle per rivendicare un diritto.
Educazione però non è mentire o fare mediazione diplomatica. Non ci serve nemmeno il relativismo di certo PD, tanto per intenderci: infatti la lettera era chiara e non dava adito a fraintendimenti. Gentile ma assertiva.
La lettera è stata così consegnata alla dirigente che, dopo averla protocollata e dopo aver ringraziato di una simile azione, ci ha assicurato riguardo alla sua spedizione al sindaco.
Bene. L'antefatto 1 è quello appena raccontato e potrebbe titolarsi così: raggiungere un prerequisito.
Antefatto 2.
Ieri sera mi ha chiamato la mia collega. Avevo fatto il turno di mattina sicché ero uscito prima della mensa. Era emozionata, aveva quell'emozione luminosa di chi scopre inattese conferme. Mi dice che alla mensa, ieri, è stata servita la pizza. Doveva essere una festa (l'ultima mensa dell'anno) ma la pizza era talmente cattiva, dura, plastificata che i bambini e le bambine ne son rimasti delusi.
Cosa hanno dunque fatto i bambini della nostra classe?
Nella ricreazione che segue la mensa si sono riuniti e con piglio da veri rivoluzionari, hanno scritto una lettera. La cosa che ci ha stupito è che la forma era perfettamente adeguata. L'intestazione corretta, diretta al sindaco. La modalità linguistica elevata. Il senso logico ineccepibile. Sottolineavano che a volte alla mensa si mangia male e che quella pizza (di cui hanno addirittura messo un pezzo in frigo per mostrarlo ai diretti interessati) non si poteva proprio mangiare. La lettera finiva con un'invocazione alla sensibilità del ricevente.
Postilla all'antefatto 2: i bambini sapevano che oggi sarebbe venuto scuola il Sindaco per inaugurare il meraviglioso murales che i bambini della quarta parallela alla nostra hanno realizzato su una parete esterna della scuola grazie ad un progetto offerto dal comune. In tale occasione avrebbero fatto inaugurare al sindaco anche una bella fioriera decorata e coltivata dai bambini, una panchina esterna fatta coi pancali sempre eseguita dai bambini con l'aiuto di un nonno falegname e un orto verticale che la classe terza ha realizzato con canne di bambù.
Sapendo questo, avevano pianificato dunque di consegnare la lettera alla fine di queste celebrazioni ufficiali.
Ho provato lo stesso orgoglio e l'ammirazione che la mia collega mi ha comunicato.
L'evento.
Eccoci al fattaccio.
Stamani i bambini erano emozionantissimi. La lettera era l'argomento che più li agitava. Il pezzo di pizza era stato scongelato ma abbiano fatto loro capire che forse era un po' esagerato come accompagnamento alla lettera. Alla fine hanno accettato e hanno gettato la pizza.
Il sindaco non è venuto. Ha mandato un'assessora che ha inaugurato prima il murales e poi il resto richiamando costantemente il suo fotografo di fiducia di riprenderla in questo e in quel momento. Aveva un modo di fare un po' inadeguato, tra il piacione e il frettoloso, infarcito di quei modi di dire svuotati di autentica partecipazione. Ho pensato che dipendesse dal fatto che era sicuramente l'ennesima cerimonia a cui presiedeva che è maggio per tutti, il caldo...eccetera. Non posso negare che quel continuo: ' Ehi, fotografo, riprendimi qui, riprendimi qua' non deponeva affatto a suo favore.
Pensavo in cuor mio che pensasse, come molti politici fanno in questi ultimi anni, a come comunicare in modo mediatico una 'politica del fare' che promuove cose senza crederci veramente. Non era importante il murales, ho pensato (vergognandomene), none ra importante il murales bellissimo creato dai visionari bambini dell'altra classe, ma era importante lei, come esponente del comune, ed erano importanti le fotografie che dicessero: ecco, noi nel nostro comune facciamo i murales nelle scuole.... le stesse in cui, poi, abbiamo aule inadeguate e cortili non conformi... ma ho tenuto botta e mi son detto: basta, ferma la tua testa perennemente polemica.
Poi è giunto il momento della lettera.
Una bambina, seguita dalla classe intera, si è accostata all'assessora e con gentilezza le ha detto: 'Questa lettera è per il sindaco, riguarda la mensa'.
Cambio d'espressione dell'assessora.
- MMM, guardiamo un po'... - dice e si china un po' come se parlasse a bambini di tre anni (i bambini della mia classe sono alti mediamente quanto l'assessora in questione). E nemmeno ai bambini di tre anni si parla così!
Apre la busta e atteggiando una vociona alla Gasman declama:
- Alla cortese attenzione del Sindaco......ohhh, - prosegue con fare attoriale, - ma è scritta bene, sembra scritta da ragazzi di prima media.
Io già lì mi sono irritato: da quale pianeta viene un'assessora che frequenta le scuole e che dunque dovrebbe conoscerle, per credere che una buona prassi di scrittura debba essere pertinenza della scuola media?
Ma il peggio doveva ancora venire.
Terminata di leggere la lettera, sempre china su di loro, l'assessora si rivolge alla bambina e ai compagni con vocetta suadente, con quella voce che è la cosa più sbagliata in assoluto da avere coi bimbi, che usano le persone che fanno finta di relazionarsi con loro: vocetta infantile, vocetta che sembra implicare il seguente retropensiero: - ora mi esprimo così perché così voi, che non siete altro che bambini (intesi come Teletubbies), forse rimarrete intontiti da questa vocettina irreale.
sapevo che non li avrebbe infinocchiati.
Ma ciò che ha detto è ancora peggiore, peggiore persino di come gliel'ha detta, peggiore persino di quella vocetta infantile che era un'offesa alla loro intelligenza.
Prima ha fatto un battuta del tipo: - Cioè fatemi capire, l'avete scritta voi e dunque a voi la pizza non è piaciuta ma agli altri sì? - Classica uscita provocatoria che riconosco in molti talk show televisivi e che mira a destabilizzare le persone che si sono fatte coraggio. Insomma, come dire: vi siete esposti e ora io vi metto un po' in mezzo.
Mezzo davvero tristissimo.
Poi ha proseguito.
- Sapete bambini, queste alla fine non sono cose importanti. Dovete sapere che al mondo ci sono bambini che non hanno nulla da mangiare e dunque di fronte a questo, dovete pensare a loro e non farvi questi problemi.
Poi si è accorta che noi docenti eravamo nei paraggi e credo che le nostre espressioni non fossero alquanto accomodanti. Anche quelle dei bambini non lo erano. Sicché ha chiuso rialzandosi con la lettera fra le mani:
- Ah, ma comunque fate bene a dire la vostra, bisogna sempre dire la vostra! Non dovete avere paura di dirla. La darò al sindaco.
Così se ne è andata.
Immediatamente ho avuto conferma della straordinarietà dei miei allievi.
Si avvicina 'Mente galleggiante', bambina divergente: - Maestro, ma a me la risposta dell'assessora un mi è mica piaciuta tanto.
- Nemmeno a me, - le ho sorriso.
Ecco 'Poetessa complessa': - Mestro, ma se dobbiamo pensare ai bambini che non hanno cibo, e la cosa mi va anche bene, perché buttano tutto ciò che non consumiamo alla mensa? -
- Splendida osservazione, - le dico. E' uno scempio. Alla mensa buttiamo via quantità enormi di cibo. Pensate. Anche il pane che non viene consumato. Sicché è da novembre che lo prendiamo senza farcene accorgere e ce lo mangiamo nel pomeriggio col miele portato da casa oppure lo mandiamo alle famiglie che hanno pollai. Detesto gli sprechi. Il comune lo sa ma l'assessora, intanto, stamani, si appellava ai bambini che muoiono di fame. Ho provato una stizza infinita e profonda.
Ecco 'Intellettuale teso' e 'Polemico pragmatico': - Maestra, - dicono alla mia collega, - ma perché poi ci parlava con quella vocetta? Che siamo scemi?
- E poi, - Dice una compagna, - sarà anche vero ma noi comunque paghiamo per la mensa. Allora dobbiamo accettare anche la roba cattiva?
Abbiamo parlato così tanto, appassionatamente, in classe che ci siamo dimenticati persino di fare ricreazione. Erano amareggiati, arrabbiati, si sentivano presi in giro. E io e le mie colleghe eravamo dalla loro parte in tutto e per tutto. Ed era bello, commuoveva vederli così partecipi. Erano cittadini. I più bei cittadini che io abbia visto da anni in Italia.
Conclusione.
Il senso di crederci ancora. Di pensare che i sistemi si cambiano dando strumenti fin da piccoli ai cittadini. Dare strumenti significa munire ogni individuo di un senso alto della partecipazione.
I nostri bambini sanno scrivere bene? Sì. Ma, assessora che ignori, scrivono bene perché nella Scuola Primaria vivono forse le più importanti e significative esperienze formative che mai faranno nella loro vita scolastica. I nostri bambini scrivono bene le lettere perché hanno sperimentato il significato e il senso dello scrivere una lettera. Se la scrivono, è perché hanno un'urgenza, rivendicano un perché.
I bambini comprendono tutto, in profondità. Accarezzarli con voci false, con semplicità banali che li offendono, ci rende adulti mediocri.
La politica, fatta così, è una roba brutta. E' cattiva politica. E' la politica del farsi fotografare e del non volere rogne reali. Una politica così, che non è di sinistra né di destra, è solo del far mostra, ci impoverisce.
Ma ci sono alcuni, molto bambini pensanti che vi sconfiggeranno.
Noi oggi non ci riusciamo più, ma loro sì, loro si costruiranno un mondo migliore. Solo se, però, noi docenti continueremo a crederci.
Oggi ho ribadito a me stesso, confortato da colleghe straordinarie e da bimbi e bambine civili e combattivi, che fare il maestro, come Don Milani, come Mario Lodi, è un mestiere eversivo, fondante, importante.
Autenticamente, splendidamente politico.



sabato 1 aprile 2017

Campionario di mostri del passato.

Nel percorso millenario della civiltà  occidentale europea, segnato dallo sviluppo tenace della logica e dal razionalità, uno di tratti per me più affascinanti è l'applicazione di schemi catalogatori e dunque prescientifici anche all'universo dell'imponderabile, del fantastico, del mostruoso.
Abbiamo convissuto per secoli con le creature dell'immaginario facendole confluire nella dimensione dell'invenzione. Ciò nonostante la loro determinazione a manifestarsi è stata tale che ogni baluardo del raziocinio ha vacillato: dunque, dalle polverose contrade del vecchio continente, dalle umide terre del Nord, dalle città della foschia e della bruma del centro Europa, dalle opulente signore d'Italia, gli incisori si misero al servizio dei misteriosi classificatori di quelle meraviglie. Che fossero alchimisti, teologi, filosofi o eretici, essi conoscevano il lato invisibile. Gli incisori e i disegnatori lo resero, infine, percepibile a tutti. Spavento, incanto, senso del deforme: un mondo parallelo ridisegnato e spiegato oggi, ai nostri occhi, da carte di incredibile fascino e bellezza. Altro tratto comune, fra tanti, di una civiltà variegata ma integrata, capace di dialogare senza frontiere.