martedì 16 luglio 2013

Occupare deve essere nobilitante. Il caso deludente del Teatro Rossi a Pisa.






Occupare.

Significa prendere possesso di uno spazio. L'occupazione è una forma di protesta, anzi, no, di rivendicazione che in massima parte è legittima. Se ci sono spazi che gli enti lasciano andare in decadenza, chi reclama un proprio luogo per vivere, comunicare, aggregarsi può appropriarsi di quel luogo, provare a mantenerlo in vita, sottrarlo all'incuria e - contemporaneamente - riconquistarlo ad una funzione. Nella cultura di sinistra in cui io stesso sono cresciuto, l'occupazione è un'azione politica e sociale che tendenzialmente ispira simpatia e richiama approvazione. Io stesso ho seguito con passione le vicende del Teatro Della Valle a Roma e, per quel che leggo, approvo ciò che un giovane collettivo lucchese ha fatto con il dismesso campo ricreativo delle Madonne Bianche a Lucca. Ora però, vorrei fare un puntualizzazione.

L'altra sera sono andato a Pisa dove da mesi è in atto un'azione di occupazione presso il Teatro Rossi, splendido edificio che gli enti pisani stanno lasciando andare in malora.

Il progetto Teatro Rossi Autogestito mi aveva incuriosito da tempo, sicché - immaginandomi una situazione simile a quella romana - sono andato a vedere uno spettacolo promosso dal quel collettivo.

Non mi piace. Così proprio non mi piace. Se si occupa un posto per mantenerlo in vita, lo si deve far vivere e lo si deve curare. Non trasformarlo in un puzzolente, trascurato baraccone che accoglie male, anzi malissimo il visitatore, lo spettatore, anzi, dirò, il sostenitore. Al di là dello spettacolo molto brutto (ma un luogo deputato alla creatività deve scommettere e quindi può anche ospitare opere che risultino non propriamente degne), mi hanno intristito le seguenti cose.- la sciattezza fricchettona(che a Pisa, ahimè, sembra aver dimora sempre più spesso): lo spettacolo doveva iniziare alle 7.30 ed è iniziato alle 20 e 20. Cioè cinquanta minuti dopo.
- i responsabili non davano indicazioni utili e precise salvo quella che l'entrata sarebbe costata 3 euro (che diamo ben volentieri per la causa...ma ora li darei un po' meno)
- La prima parte dello spettacolo si svolgeva nel foyer. Perchè nessuno aveva ripulito l'ambiente, lo aveva ordinato, sgomberato di accatatamenti vari, pulendo i bagni maleodoranti?
- Nella platea del teatro aleggiava un forte odore di urina, non felina. Anzi umana.
- Il pubblico era formato, in tutto, da sole otto persone me compreso. Nessuno dei membri del collettivo era presente. Sono uscito a metà spettacolo, onestamente respinto da ciò che vedevo, ed ho trovato seduti per terra sul marciapiede di fronte al teatro, a fumare, i cinque o sei esponenti del comitato dell'occupazione. Tristezza e rabbia: perché non erano dentro? Che senso ha promuovere e voler far rinascere un progetto se poi non si caldeggia e si sostiene ciò che in esso si fa?
Se questa è l'occupazione, io dico di no.
Dico che allora preferisco che a distruggere il meraviglioso gioiello pisano sia l'incuria del comune e non la sciattezza di giovani nei quali ho creduto e che mi hanno deluso. Questo, se permettete, è un lusso che concedo solo ai politici di questo maledetto paese.

Firmato, un incazzatissimo, acidissimo, sempre più corrosivo uomo di sinistra (colto, per giunta).

lunedì 15 luglio 2013

Tanti auguri signor Rembrandt.


Oggi si festeggia il compleanno di Rembrandt. Chiunque abbia incontrato realmente l'arte di questo pittore, sa che si tratta d'un fuoriclasse di prim'ordine. Gironzolando per mostre e musei avevo avuto modo di confermare il mio amore per l'artista olandese ma la grande mostra berlinese del 2006 mi regalò emozioni talmente profonde che da allora considero Rembrandt uno dei miei cinque pittori preferiti in assoluto. 
Rembrandt visse in un'epoca, il Seicento, in cui l'intera Europa si dedicò allo studio delle relazioni conflittuali - eppur feconde - fra ombra e luce. I più grandi pittori del secolo incentrarono le proprie ricerche su questo ossimoro che ha un connotato indubbiamente naturalistico ma anche un alto potenziale simbolico; in esso si filtrano la passione per la verità delle cose che la Nuova Scienza andava coraggiosamente propugnando e al contempo i misteri dell'inesplicabile, cercando, tramite essi, un palpabile segno del divino nel contingente. Così aprì la strada Caravaggio e lo seguirono i maestri: Velasquez in Sapgna, De la Tour in Francia, il Guercino in Italia. In Olanda, Rembrandt, perseguì la via senza esserne a conoscenza. In questo risiede la sua grandezza e unicità. Egli non proviene dal nitore feroce di Caravaggio, non cerca la naturalezza delle cose attraverso il dato reale. Egli persegue la costruzione dell'immagine entro una sfocatura dorata, dove luce significa polvere stellare e tenebra vuol dire assenza. Le creature e gli ambienti dell'artista galleggiano sospesi fuori dai contesti. Il buio che le attornia sottrae sostanza, esprime un nulla spaventoso e carico di mistero. Nel buio di Caravaggio intuisci la creazione dei corpi in scena: quello del pittore italiano è un procedimento teatrale, razionale. Nell'oscurità di Rembrandt ci sono solo corpuscoli di vuoto, fuliggine, assenza di materia. 



Ne emerge un senso drammatico ma non teatrale, bensì lirico, della pittura. La verità, la naturalezza si raggiungono per l'intensità emotiva. I ritratti vibrano, quasi sempre malinconicamente. I personaggi sono in bilico su un mondo che ha una percezione angosciosa del trascorrere del tempo. Semplici scintillii di luce opaca svelano antichi interni domestici, dove anche i profeti assumono umili identità, contorni sfocati dall'incertezza. 



L'occhio del pittore è umano, ama i suoi soggetti. Li consola ma non può che restituirci un'idea dolente, quella di una umanità che non sa dove sta andando. Confusa e in attesa. Ma anche progressista, decisa a slanciarsi a volte verso quel futuro da debellare.



L'amore per Saskia, compagna di una vita morta prematuramente, si riverbera su ritratti meravigliosi.



 L'intimità che lo lega alla donna, l'affettuosa carezza che le riserba nel modellarne le carni morbide e i velluti delle vesti, è così moderna ed attuale che ci racconta un modo a noi ben noto di vivere assieme, condividere le ore, affrontare quell'incertezza che l'epoca, anche la nostra, distende sul futuro come una gigantesca palpebra.



giovedì 11 luglio 2013

Poesia della notte estiva

Il rettangolo stellato
s'apre su lidi di suono.
Nere risacche di rane,
echi di lucciole bianche.

Cresce l'erba e riposa
sotto azzurre pianure.
Passi di danze lontane,
calano corolle stanche.

Passi di oscuro cacciare,
agguato, denso velluto.
Transiti di stelle vane,
l'eco risponde: tu, anche.





giovedì 4 luglio 2013

La bellezza degli uomini.


Il fascino del ritratto, come peculiare genere artistico, in genere ci raggiunge tardivamente. Da adulti. Non è difficile comprendere il perché di questo fatto. Si deve avere un po' di vita alle spalle per capire a fondo questi documenti magnetici. L'esperienza ci aiuta ad andare oltre il mero virtuosismo mimetico. Ai bambini e ai giovani piacciono i ritratti che sono più simili al vero, naturalistici, fotografici. A noi adulti, invece, piacciono quelli in cui, oltre la tecnica illusionistica, ritroviamo l'arguzia, la testa pensante, lo sguardo che rivela. Insomma: il ritratto interiore.
Tra tutte le tipologie di dipinto, il ritratto è quello che crea maggior tensione ed imbarazzo nell'osservatore attento. A volte ci trasforma in voyeur, altre ci costringe a restituire a quell'immagine posta oltre la finestra della cornice, un'emozione reale: interesse, affetto, astio o attrazione, commozione o complicità. I grandi ritratti ci chiamano ad una partecipazione che travalica le epoche e ci riconnette non solo con individui ormai scomparsi e, molto spesso, sconosciuti, ma con tutto il senso profondo di una civiltà al cui fluire apparteniamo. Un grande ritratto è come un'opera di Shakespeare. Può raggiungerti da date antichissime eppure svelarti l'animo dell'uomo così come è, realmente, immutabile nello scorrere del tempo. Il grande ritratto, così come la grande tragedia, ci rivela chi siamo. La finestra diventa uno specchio e ciò che vedi non è altro che la tua anima vestita d'abiti d'altre epoche.
Questo che vedete è un gradissimo ritratto. Risale all'incirca agli anni Venti del Cinquecento, l'epoca truce e cupa in cui il Mondo comprese d'essere d'una sostanza e d'una forma ben diverse da quelle che si era sempre supposto. E' un'epoca fatta di tinte terrose e verde bottiglia, su cui si stampano a contrasto stoffe sontuose e musiche di flauti e liuti.
Nonostante le incertezze del tempo e della sua vita, Parmigianino, pittore emiliano di grande talento, seppe scovare la bellezza degli uomini dentro il fluire torbido di quei giorni.
Guardate questo sconosciuto: non sappiamo chi esso sia, né che mestiere facesse. Era un facoltoso uomo sulla trentina, bello, indubitabilmente bello e fiero della propria cultura a cui allude il libro ma anche la parasta dorata alle spalle, decorata con raffinate grottesche.
Ci guarda, un occhio è in ombra ma l'altro, grande e vigile, ci scruta sotto sopracciglia folte, di una tenebra curata e pettinata come la barba. Appartiene al nascente ceto borghese: ce lo dice la sua eleganza ostentata ma comoda, i gioielli, un copricapo austero ma calzato con casualità. La forma conta ma è esteriore e lui lo sa bene. E' ricco e lo fa vedere ma a lui, come al pittore e come a noi, preme far fiorire sulla superficie dipinta l'intelletto vivace, la mente pensante.
Veste e gioielli lo rendono parte simile di un insieme sociale: l'arguzia e l'intelletto, da quel contesto, invece lo distinguono. Un ritratto si fa per dire entrambe le cose: io appartengo a voi ma da voi io sono diverso.
Egli sa, complice il pittore, che quella veste raffinata e quel cappello passeranno di moda, che i secoli li renderanno cimeli della storia. Ma non passerà il modo fiero di guardarci, non cambieranno il senso del comprendere e del farsi comprendere. La potente pervicacia con cui egli ci guarda è simbolo di un immutabile stato delle cose umane: la sua interiorità diventa eterna, diventa mia, diviene nostra. E' ora. Ci racconta e ci sussurra da quel fondo verde bottiglia che siamo sostanza di una civiltà potente, nobile ma malata. C'è un prima e un dopo quel lontano momento di primo Cinquecento. Un filo attraversa quel prima e quel dopo e ci lega a questo bellissimo uomo, ad altri prima e dopo di lui, rendendoci tutti concittadini di una storia fatta di ombra e luce.
Quando un ritratto ci regala questo incanto, scopriamo l'essenza reale dell'opera. Ed allora l'arte,a discapito stavolta dei suoi autori e dei loro decadenti committenti, assolve un suo misterioso dovere: documentare anche ciò che la storia, nel materiale scorrere degli eventi, tralascia in quel limbo di emozioni,gesti e pensieri fondanti che chiamiamo vita comune.

Parmigianino
Ritratto di uomo con libro,
1525 ca.

New York, Art city Gallery


domenica 30 giugno 2013

Le divinità della musica,

Abbiamo bisogno della musica.
Chi studia le origini del tutto, ha ideato una somma bugia, ovvero che l'uomo l'abbia inventata, la musica, prima col ritmo e poi col suono, per celebrare la caccia, per accompagnare la poesia.
La musica esiste ancor prima dell'uomo. Perché, prima di tutto, ci fu il suono. Fu la voce di una divinità che parlò per dare nascita al cosmo. E la voce è suono e il suono è musica e il suono è fiato e dunque vita. Musica e vita sono fatte della stessa sostanza.
Le antiche civiltà concessero alla musica divinità speciali, malinconiche e vaganti come Orfeo, incantatrici e sfortunate come Marsia o Pan, presuntuose e potenti come Apollo.  Nessuna di esse è stabile, esse procedono ondivaghe, fluttuanti, sottoposte a continuo mutamento. Così è infatti la costituzione della musica, perenne movimento fisico ed emotivo.
Molti miti riconnettono la musica alla saggezza e all'astuzia: fu Athena, ad esempio, a creare il flauto prima di rinnegarlo, e Mercurio, il dio volante, scaltro e furbissimo, creò la lira dal guscio di una testuggine dopo una notte di bagordi; anche l'induista Sarasvati, la fluviale 'colei che scorre', presiede tanto alla saggezza che alla musica: esse, come il fiume, sono correnti che fluiscono mai uguali a se stesse.
L'estatico dio azteco Xochipilli governava il suono melodioso ma anche il raccolto e l'amore, nonché il gioco, ricordandoci che la musica è anche questo: fioritura, erotismo, divertimento.
L'egiziana Hator, archetipica Grande Madre, gioiosa e amorosa, contendeva il predominio sul regno dei suoni a Toth, il misterioso dio della scrittura e della magia, colui che con la testa d'Ibis canta alla luna e trascrive il giudizio di Osiride per l'accesso Duat, il regno dei morti: la musica da tempi immemorabili accompagna i riti funebri, affinché nell'altrove ci sia suono, perché come dicevamo la musica è vita.
Cavalca un drago, invece, la dea della musica giapponese, Benzaiten, protettrice delle geishe e dei danzatori, splendida e sensuale, nata dal mare come una Venere d'oriente.
Ogni religione contempla il suono e il canto; ma anche ogni protesta, ogni unione, ogni festa pagana e popolare necessitano della musica. La musica è colta e volgare, è altissima e greve, è spiritualità e ventre, è tutto. Dell'universo esprime ogni aspetto con sfumature e gradazioni che nessun colore, nessuna parola, nessun pensiero potrà raggiungere.
Essa è divina, è l'unica arte che gli uomini non hanno creato. L'hanno solo infinitamente declinata dopo averla ricevuta in dono dalle divinità.

Celebriamo oggi questo dono prezioso con l'ascolto di un pezzo straordinario del 1915, le Danze Rumene di Bela Bartok. https://www.youtube.com/watch?v=4HAIHSqiwAA





martedì 18 giugno 2013

IL TAROCCO DELLA TORRE ovvero 'breve storia dell'umanità in relazione alle vicende legate agli edifici verticali'

La torre, il tarocco della torre.
Cambiamento epocale, distruzione, tabula rasa.
Il tarocco della torre indica il sovvertimento radicale del
presente, l’evento traumatico che fa deflagare le certezze. Il noto
si frantuma, avanza l’ignoto. Ma anche l’inaspettato, la chance
d’un mutamento.



A ben guardare, la storia della civiltà prevede sempre la costruzione o la distruzione d’una torre e ciò coincide quasi sempre con momenti di critico passaggio. La torre è emblema dell’ambizione, dell’ambizione degli uomini.
Ascendere verso il cielo, in verticale, significa sfidare gli dei, portare affronto ai numi tutelari. La torre ha preceduto di millenni l’avverarsi del sogno umano di sollevarsi nei cieli. Mentre Icaro precipitava nei mari del mito per aver osato sollevare la propria superbia verso il sole, le antiche civiltà popolavano il mondo elevando solide torri a gradoni, spericolate dita di pietra rigirate contro il regno degli dei giudici. La più nota di quelle meraviglie è passata alla storia come Torre di Babele. Non sappiamo se Babele sia la gloriosa Babilonia, capitale del regno immenso di Assurbanipal e di Nabuccodonosor. Certo è che Babele e Babilonia sono nomi vergognosamente simili, anche se Babele in aramaico significa confusione e Babilonia porta di Dio. Ma Babilonia era una metropoli, antica e superba, trafficata da milioni di genti d’ogni provenienza. Per cui, senz’ombra di dubbio, l’epiteto di confusionaria le si addiceva di sicuro. Inoltre la torre di cui parla la Bibbia potrebbe identificarsi con la grande Ziqqurat che si elevava nel centro della metropoli.
Una piramide immensa, di gradoni che scalavano l’aria verso le stelle con fontane e giardini. Essa offriva alla stirpe degli uomini la scala per giungere agli dei.
Ma se gli Dei della Mesopotamia potevano apprezzare questa sorta di connubio con gli umani, il Dio unico degli ebrei, che sarà poi lo stesso delle nostre religioni moderne, era troppo superbo e ansioso per accettare un simile affronto, sicché intervenne per interrompere l’erezione del bolide di pietra.
Libro della Genesi, capitolo 11, versetti 1 – 9. “Tutta la terra aveva un medesimo linguaggio ed usava le stesse parole. Or avvenne che gli uomini, emigrando dall’oriente, trovarono una pianura nella regione del Sennar e vi si stabilirono. E dissero l’un l’altro: ‘Su, facciamo dei mattoni invece che di pietre e di bitume in luogo di cale.’ E dissero: ‘Orsù, edifichiamo una città e una torre la cui cima penetri il cielo. Rendiamoci famosi per non disperderci sulla faccia della terra’. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre, che gli uomini costruivano, e disse: ‘Ecco, essi formano un popolo solo e hanno tutti un medesimo linguaggio: questo è il principio delle loro imprese. Niente ormai li impedirà di condurre a termine tutto quello che si propongono. Orsù, scendiamo e confondiamo lì il loro linguaggio, in modo che non s’intendano più gli uni con gli altri’. Così il Signore di là li disperse sulla faccia delle terre ed essi cessarono di costruire la città, la quale fu chiamata Babel, perché ivi il signore confuse il linguaggio di tutta la terra e di là li disperse su tutta la terra.”
Se prestiamo fede al mito biblico, dunque, dalla distruzione della torre di Babele ne deriverebbero la confusione delle lingue, l’incomprensibilità, il non capirsi più.
La sciagura delle intolleranze, la sconfitta delle lingue che, di tutti le convenzioni umane, sono le uniche a erigere barriere fra gli esseri nascono allora, con quel crollo. Non è forse vero?
Laddove la musica affratella, la pittura ci raggiunge tutti, le architetture ci impressionano senza badare alle nostre razze, le lingue, inesorabilmente ci dividono.



Da quella prima erezione e da quel primo crollo, ne deriva dunque il primo, sommo male della nostra storia.
Liquidiamo così il mondo antico con le sue torri? Non diciamo nulla del grande faro di Alessandria? La torre mastodontica che dalla testa dell’Egitto proiettava luce ai quattro angoli del Mediterraneo? Una delle meraviglie del mondo. Architettura sublime. Tecnica mai vista prima. La modernità nell'antichità!
L’immenso faro si elevava sul fronte del porto di Alessandria, la città su cui Alessandro Magno aveva posto il governo della dinastia dei Tolomei. Città di scambi e d’incontri, profumata di spezie, adorna di scintille d’oro e lapislazzuli. La città della più grande biblioteca dell’antichità. Migliaia di rotuli. In essa era conservato tutto, assolutamente tutto il sapere del mondo antico. La sapienza abitava ad Alessandria, vi aveva trovato un’accoglienza vasta e luminosa quanto il faro della città. Ordinatamente disposta su scaffali di legno, dentro corridoi silenziosi raggiunti dalle lingue, dai pensieri, dalle arti di tutte le Terre allora conosciute, la scienza degli uomini era stata catalogata e preservata sulle rime del Grande Mare dalle acque color del vino. Ma anche quella doveva essere un’ambizione troppo grande per gli uomini. La sapienza, come le torri, piace poco alle divinità. E nel Grande Mare della Porpora viaggiante, abitavano dei rabbiosi e intolleranti. La biblioteca andò a fuoco, trascinando con il suo sconfinato rogo tutta quella saggezza. Il faro, l’alta torre della luce, si disfece tredici secoli dopo precipitando nel mare dove ancora giacciono le sue millenarie pietre, scolpite da giganti. La caduta del faro di Alessandria e l’incendio della biblioteca segnano la fine del mondo antico: si prepara una tabula rasa della civiltà, un sommovimento di pensiero e conoscenza. Il mondo entrò allora in una nuova stagione, cupa e diversa, che del passato avrebbe salvato solo rovine e lacerti di sapienza.



Ciò nonostante, l’uomo avrebbe continuato a erigere architetture verticali: i campanili e i minareti! Lo fece per ingraziarsi quell’unico Dio, superbo, che era sopravvissuto all’ecatombe del sacro del mondo antico. Quel dio che le torri le distruggeva, accettò che a lui si elevassero come frecce del martirio le punte acuminate di architetture traforate e austere.
Gli uomini erano furbi, più furbi di lui, però.
Già, perché nella selva di pietra delle città medioevali, accanto ai campanili ruffiani, sorsero altre torri, centinaia, migliaia di torri. Emblema delle nuove classi, orgoglio dei borghesi, visone concreta e tangibile della ricchezza dell’individuo. Eccolo, nuovamente l’individuo, l’uomo che si impone, impone se stesso sugli altri e primeggia, assalta la vita e la vince, teme Dio ma lo affronta sulla terra con l’altezza della sua torre gentilizia.
S’alzano, guardate, una dopo l’altra! Le innumerevoli torri d’Italia. Quelle di Pavia e di Ascoli Piceno, scabre, ferrigne. Le due gemelle sottili di Bologna, la Ghirlandina di Modena, il Mangia a Siena, il bosco di pietra di Lucca su cui campeggiano le torri alberate dei Guinigi, ovunque sorgono, ovunque sfidano il cielo. Sfuggono l’asfissiante reticolato di pietra e fetore delle città medioevali, uscendo dall’ombra della paura per proiettarsi al sole, simili a missili, a falli spudorati, simili a pugnali.



Ma il tempo segnò la fine anche di quella stagione.
La stagione delle torri.
Crollano per incuria, s’accartocciano su se stesse, i gusti mutano e gli uomini le abbattono per fare spazio all’aria, la ragione ripulisce le città. I profili dell’orizzonte si sgomberano di questi puntaspilli lapidei che per secoli hanno costellato i paesaggi.
Per lungo tempo, per secoli, le torri scompaiono dalle pagine ingiallite dei progetti degli architetti. L’uomo affronta il cielo con la scienza, brama il volo, chiede elevazioni sempre più audaci. Ci provano i geni, costruiscono fallimentari macchine destinate a voli abortiti: la vite volante, la nave volante, le ali con stecche di balena… poi, nel secolo frivolo delle rivoluzioni e delle parrucche, ecco che si fanno passi avanti. Si inizia a volare! L’uomo gonfia i primi aerostati capaci di farsi più leggeri dell’aria elevandosi verso gli dei. Madame e messieurs, venite, venite al gran volo dei fratelli Montgolfier!


Giunge a questo punto, trascinata dall’elio e dai colori pastello delle Rivoluzioni, l’epoca della modernità! Oh, sì, sì che giunge, il mirabolante XIX secolo! E stranamente quell’antica urgenza di elevare al cielo architetture oltraggiose rinasce.
Le metropoli osano. Anche se i cieli ora sono percorsi dal volo sonnolento e maestoso degli aerostati, le città devono dimostrare le loro ardimentose pretese. A Torino, l’architetto Antonelli eleva entro il 1900 l’altissima, spericolata guglia della sua mole. La mole Antonelliana sarà l’edificio in muratura più alto d’Europa! 167 metri di sfida laica, un affronto se pensiamo che inizialmente doveva essere una Sinagoga ebraica. Un affronto. L’umanità che si proclama vincitrice della fisica. Un proiettile acuminato proteso a ferire il cielo di Torino, quel cielo in cui passano ora le grandi mongolfiere, di fronte alle Alpi solenni e innevate contro un cielo color carta da zucchero.



Non fu la mole dell’Antonelli, però, la torre più ardita del XIX secolo. Quel tempo che ebbe il sapore della sabbia e profumo di tabacco ebbe la sua superba ziqqurat.
È la tarda primavera del 1889. Un grande evento! Alla corte d’Europa giunge il mondo intero. La corte d’Europa, quell’anno, è la città di luce, Parigi.
Chiunque vi giunge, la vede, immensa. Mai s’è visto un più ardito affronto al cielo. L’uomo ha vinto, esalta a sua ascesa ed è egli stesso Dio! 6 maggio 1889. Apre la Grande Esposizione Universale. I padiglioni sono pronti, si estendono come fantasie e capricci sulla grande explanade. Ma su tutto campeggia Essa, la torre ferrata dell’ingegnere Gustave Eiffel. 324 metri di altezza: 18.038 pezzi di ferro forgiati, più di due milioni e mezzo di bulloni, 10.000 tonnellate di eleganza che s’incurva verso il cielo. Enorme parafulmine, trionfo dell’ingegneria. Anch’essa è un padiglione, l’emblema dell’Esposizione. Verrà tolta non appena la manifestazione  chiuderà, così ha deciso la commissione organizzatrice. Poi le cose seguono un corso diverso e lei rimane là, a dominare la metropoli per sempre. La modernità, il trionfo del nuovo che avanza.



     Ecco, immaginate ora di stare lassù, vicino al fonografo installato da Edison sulla torre. Non occorre un aerostato per dominare il mondo. L’emozione è incontenibile.
Ai piedi del bolide ferrato, sui cui lati sono sati incisi i nomi dei luminari della scienza e della tecnica della Grande Francia, si estende il mondo. Nei padiglioni, minuscoli a guardarli da quell’altezza, si dipana una geografia globale: c’è l’Italia, laggiù la Germania vicino alle colonie della Persia, le ballerine Giavanesi, il Celeste Impero e ancora il Giappone, le cui stampe ci portano l’aria di nuova bellezza, rarefatta come un sogno.
Ecco le colonie del Senegal, più in là il Siam, il Tonchino, la Bolivia, il Brasile e il Venezuela!



Per un attimo pensereste di volare, esattamente come nei romanzi di Verne. Compiere il giro del mondo in un secondo dalla vetta della torre per farvi subito ritorno. Poi vi svegliereste dal sogno. Scendereste a terra, passeggiando per quelle meraviglie, fra gli immensi padiglioni dalle forme esotiche e bizzarre. Gli architetti eclettici del tempo hanno mescolato tutto il mescolabile. Il risultato è quantomeno bizzarro.
C’è qualcosa che non va. La folla dei visitatori si appresta ai padiglioni esotici scrutandone i figuranti, oriundi di terre lontane, come se fossero animali di uno zoo. È una curiosità morbosa, che nasconde diffidenza e presunzione. Gli Europei sono colonialisti, quella è loro merce. L’incanto delle ballerine di Giava è un giocattolo per i borghesi, le loro movenze sono esotiche ma proprio per questo pittoresche, persino pacchiane in quel contesto così lontano dal loro contesto. Nelle architetture dei padiglioni si avverte già lo stereotipo, l’idea alterata che dell’altra parte del mondo ci si fa in Europa ascoltando i racconti dei viaggiatori, sfogliando i giornali, osservando le illustrazioni che deformano la realtà e la riproducono agli occhi degli europei così come essi vogliono che sia: inoffensiva, goffa, primitiva, ancestrale, infantile… li chiamano canachi.
Canachi. Sono gli abitanti delle colonie, i rozzi ed ingenui abitatori di regioni che l’Europa intellettuale e potente ha assoggettato e che sfrutta con abilità. La ricchezza di Parigi dipende anche da quell’esproprio. Quella di Londra quasi esclusivamente! Pensare che questa gente così diversa sia ingenua e rozza, aiuta a non porsi il problema. Viene sfruttata, raggirata, dominata e i danni di questo affronto non tarderanno a farsi sentire.
Molti non se ne accorgevano. Per loro era normale. È questo un amle antico per l’Europa, non ha mai saputo guardar oltre il proprio presente.
Ma poi il tempo è andato oltre quel presente e si è visto come si svilupparono le cose. Nell’esposizione di Parigi, che sembrò tanto meravigliosa ed eccitante, c’erano tutti i germi del male. All’ombra della grande torre della presunzione, non ci si accorse di cosa l’Europa stava facendo.
Non ci rendemmo conto che ogni padiglione europeo sfoggiava la sua supremazia. Ogni Nazione si preparava a rivendicare la sua identità, e quelle con più colonie, sembravano godere di un prestigio maggiore. Non avremmo mai immaginato dove ci avrebbe portato tutto questo…
Al buio.
Agli eccidi, alle guerre. Eravamo al tramonto di un’epoca e nemmeno ce ne rendevamo conto.
Anzi! Pensavamo così ingenuamente di essere sulla soglia di una nuova stagione della civiltà. Ed invece…
E invece la torre di ferro fu come un chiavistello che si rompe. Nessun Dio intervenne al momento per punire quella superbia. I filosofi, in quegli anni, sostenevano che gli dei erano caduti per sempre. Ma la punizione giunse, oh se giunse, e fu terribile, terribile come era stato per la torre di Babele. La miriade di lingue che si contorceva in un falso entusiasmo ai piedi della torre Eiffel, quella nuova Babilonia fatta di lingue e dominio, avrebbe incappato nuovamente nella tabula rasa della storia. La fine di tutto questo, se tutto questo ebbe una fine, sarebbe stata 56 anni dopo, su un’isola del Giappone. Una torre di fumo immensa, un fungo senza precedenti. Lo sfiato mortale di una divinità corrotta che avrebbe sancito, in modo irrevocabile, la sconfitta dell’umanità tutta.



Ma la storia non si ferma. Non rallenta mai, anzi, tende ad accelerare. E dunque consacra nuove torri, oppure le svelle. Il tarocco non sbaglia. Le tabulae rase, così dolorose eppure care al tempo che scorre, sembrano davvero aver sempre a che fare con le torri. Il gioco non si smentisce mai.

11 settembre 2011
Ed ancora fatichiamo a capire. A guardare più avanti.


from 'Nimbus: l'amore ai tempi del vapore'



venerdì 7 giugno 2013

Memorie di un maestro precario: salutando i piccoli fiori.

Ciao fiori di questo giardino segreto, coltivato e vissuto per lunghi mesi, giorno dopo giorno.
Fiori incredibili, fiori terribilmente belli, fiori che a settembre mi sembrarono spaventosi e che ora lascio con occhio umido, pieno di gratitudine.
Differenze che contano, distanze che dilatano e non separano, colori in mutamento. Vedervi nell'insieme è un incanto che fa paura e riempie il cuore di bellezza. Sapervi discernere e comprendere ciascuno per se stesso, è un insegnamento che lascia profondi solchi destinati a germogliare.
Grazie.
Grazie di avermi accolto, tollerato e compreso, accettato, accordando fiducia. Noi vi abbiamo dato semi e concime, voi ci avete riempito di nettare e polline necessario per crescere ed imparare ancora.
Quando la scuola è così, uno scambio autentico, abbiamo costruito, abbiamo reso bello il grande giardino della vita.
Grazie.


mercoledì 29 maggio 2013

Memorie di un maestro precario: I bambini della classe sismica e la voce incantata.

Avevo promesso ai bambini che se si fossero comportati correttamente alla gita all'acquario di Genova, avrei fatto loro una sorpresa. Poiché la gita è stata proprio bella e loro hanno dimostrato maturità, la promessa è stata mantenuta. In verità, l'avrei mantenuta anche se le cose non fossero andate così bene a Genova (lo so, lo so.... è pedagogicamente sbgliatissimo ricattare i bambini con promesse e ancor più, mantenerle se le condizioni non sono state rispettate...ma che ci volete fare? Sono un disastro da quel punto di vista... amen). Se poi aggiungete che, invece, i ventiquattro epicentri sismici della classe si sono rivelati dei meravigliosi compagni di viaggio, mantenere la promessa antipedagogica mi ha fatto ancor più piacere.
Bene, sapevano che martedì mattina, dopo la ricreazione sarebbe giunta la sorpresa.
- Cosa è? Chi è? - Chiedevano da giorni. Anche i genitori, sentendo questa voce, all'uscita mi facevano domande curiose. Ma io zitto come un pesce dell'acquario di Genova. Le sorprese sono misteri che funzionano se e solo se li si serba fino al momento in cui non si svelano. Io credo molto nel valore emozionale e formativo delle sorprese.
Martedì mattina i bambini mi hanno visto arrivare a scuola col mio grande pianoforte elettrico a tracolla.
- Ohhh, la pianola! Che bello...
- Non è una pianola - rispondo stizzito (i miei amici sanno che se vogliono offendermi nel peggior modo, devono chiamare il mio raffinato pianoforte yamaha 'pianola') - ma un pianoforte!
- ragazzi, ragazzi! - grida da fondo le scale la mia loquace Segretaria, la Scrittricecuriosa . - Il maestro ha portato la pianolaaaa!
- Che bella sorpresa! Era questa vero? - Ribatte Parlatore a duemila che nel formularmi la domanda ad una velocità impossibile è come se mi avesse chiesto: - Cbbllsrpr,eqtvro?- Ma io ormai sono bravissimo a decifrarlo. Nego.
- A parte che non è un pianola ma un pianoforte elettrico, ma non è questa la sorpresa.
Ho allestito il piano nell'agorà della classe e poi, quando sono riuscito a farli sedere, ho cercato di parlare. Ma non c'era attenzione. La mattina il terremoto non si calma con facilità. Allora ho messo le mani si tasti. Un re maggiore con dei tremoli. Una folata di vento magico.
Le voci scemano. Scende un silenzio e la musica si infiltra. I loro occhi bellissimi si voltano. Ora ci siamo.
Parlo mentre le mie mani suscitano un vento leggero con accordi aperti (incidono sull'umore lasciandolo in attesa...):
- Abbiamo passato un anno importante, lungo e bello. Anche difficile. Siamo cresciuti, abbiamo imparato tante cose. Vorrei che stamani ci scambiassimo un regalo. Io suonerò per voi fino alla ricreazione e voi scriverete un testo, un testo come preferite, ispirati dalla mia musica.
Accettano. Prendono i quaderni.
Io inizio a viaggiare, percorro le geografie di un anno importante come se fossero le tappe di un itinerario dentro una mappa fatta di emozioni, incontri, scontri, tentativi, perdite e conquiste. Loro non lo sanno ma mi sto congedando. Ogni anno arrivo a questo maledetto punto in cui l'essere precario mi distrugge, sento di aver costruito qualcosa (bene o male non so) e poi il futuro incerto mi rende impossibile promettere a me e a loro che a settembre ci sarò di nuovo, ci saremo di nuovo. Che andremo avanti assieme.
Suonavo e dentro di me sentivo di carezzare uno per uno i loro cuori, portarmene un ricordo con me. Il mio è un lavoro, non una missione. Ma è un mestiere che lega fortemente, che agisce sulle emozioni e sugli affetti. Non è facile mantenere distanze equilibrate. E forse non voglio nemmeno che sia così.
La musica ha sollevato la nostra classe nel cielo, sopra le nuvole, verso un orizzonte che deve essere il loro, non il mio. Un insegnante deve indicare l'orizzonte ai suoi allievi. E lasciare che essi abbiano strumenti per raggiungerlo come meglio credono.
Quando mi hanno portato i loro testi, li ho letti accompagnandoli con la musica. Non vedevo gli errori, non mi infastidivano le incongruenze sintattiche. Era il loro regalo. Ed era bellissimo così. La mutevolezza della musica, i vari passaggi si sono trasformati in un cangiante rifluire di parole, immagini. A volte persino in un torrente di non senso che mi ha commosso. C'erano pirati, fuochi notturni, cieli stellati, c'era il vento (che è il mio elemento principe), la foresta incantata, il sole, la tristezza e l'allegria, la paura, la dolcezza.
Quella fatica di parole mi ha abbracciato, mi ha portato di nuovo nel cielo indicandomi un orizzonte, stavolta tutto mio. Perché la mia inesperienza di insegnante ha bisogno di evolvere e nessuno più dei bambini mi può indicare la via.
- Che bella sorpresa Maestro.
- Che bel regalo bambini, grazie. - Li ho abbracciati alla fine di ogni lettura - Ma la sorpresa vera arriverà dopo ricreazione!
Allora di nuovo è scoppiato il terremoto per sapere chi o che cosa sarebbe venuto o avvenuto. Ma io zitto come un lamantino dell'acquario di Genova.

Passata la ricreazione - eravamo ancora in giardino - è giunta la sorpresa. Elisa, la cantante del gruppo di cui faccio parte, gli Actias Luna, è venuta a scuola. Mi ha fatto questo regalo immenso. L'avevamo progettato da tempo, ha fatto un cambio turbo a lavoro ed è venuta da Pisa proprio per fare loro una sorpresa. Sanno che suono in un gruppo ed hanno ascoltato qualche nostro pezzo. Soprattutto sono innamorati di una canzone 'Sebastiano', sulla quale abbiamo lavorato per parlare di discriminazione e pregiudizio. Nessun tema come la comprensione della diversità mi accompagna da sempre. La canzone parla di un fatto di cronaca: un bambino effeminato che i compagni prendevano in giro, si lascia morire nella neve credendo di potersi addormentare e risvegliare in un mondo migliore. La storia e la musica della canzone hanno scioccato i bambini a tal punto che varie volte mi hanno fatto domande volendola riascoltare.
Elisa era venuta proprio per questo ma non solo.
L'hanno accolta, anzi! Assaltata.
Elisa è una persona delicata, emana una luce soffusa e avvolgente. Vederla alle prese con quella selva di emozioni irruente è stato bellissimo. Si avvicinavano gridando, curiosi, colmi di energie e poi, mentre lei rispondeva sottovoce, a volte con una pausa, si calmavano e si quietavano.
Insomma, siamo saliti in classe e ci siamo sistemati. Hanno creato uno stipatissimo golfo mistico a mezzaluna intorno al piano e alla cantante. C'era anche Giulia, la mia meravigliosa collega di classe, con la quale ho condiviso un anno professionale ed umano importante e dalla quale ho imparato tanto. Ero felice che ci fosse. Anche se sapeva di questa sorpresa, il regalo era anche per lei, per esprimerle riconoscenza, per festeggiare assieme. Giulia ha ali potenti per volare, deve solo scoprirlo. Sta già volando alto e i bambini Le devono tantissimo. Spesso, entrando in classe sul cambio dell'ora, li ho visti navigare altissimi verso le mete complesse della matematica e delle Scienze, danzare come meteore nello spazio multiforme della geografia. Giulia è stata uno specchio per me, il più prezioso. Le sue parole mi hanno calmato quando ero teso, ravvivato quando ero spento, sorretto nel mare mosso, trascinato quando c'era bonaccia. Dovevo dire GRazie a Giulia, anzi, volevo dal profondo del cuore dirLe Grazie. E' importante esprimere riconoscenza.
Desideravo anche che la scuola accogliesse Elisa come un luogo di apertura dovrebbe fare. E così è stato. Sara, la variopinta collega di quinta, la poetessa, Le ha portato una caraffa di acqua con un bicchiere. Sorriso e gentilezza, ciò che basta.
Così, ad inizio anno, Sara accolse me, spaurito precario pieno di insicurezze e paraventi da abbattere. Con un sorriso ed un entusiasmo che solo le persone veramente aperte hanno, Sara è stata la prima luce che mi ha mostrato l'orizzonte bellissimo entro cui avrei vissuto questo viaggio. In quell'orizzonte c'erano i volti di tutti gli altri colleghi che mi avrebbero regalato momenti di umanità e di crescita. Grazie Sara per avermi accolto e per avere accolto chiunque. L'accoglienza è un dono senza eguali. Dona cittadinanza a chi non ce l'ha. Consegna una chiave per avere accesso, ci rende uguali, ci rende preziosi.
Mi è sembrato un gesto bello e prezioso che Sara portasse l'acqua a Elisa.
E' così che le società dovrebbero funzionare. Ripartire da autentici gesti di accoglienza.
Quando la musica è partita, Elisa ha emanato la sua voce. Io conosco quella voce, l'ho protetta e studiata. So che non ha eguali. Esiste solo lei, chiusa fra il diaframma e l'anima della mia amica speciale. Quanto nel parlare Elisa mantiene un tono basso e delicato, tanto quella voce esce nel canto profonda, acuta, potente. Eccola ora cantare Sebastiano, avvincere i bambini, commuovere Giulia. Una voce incantata, come la musica di Orfeo che avvinceva animali, piante e uomini.
Inizialmente intimorita da quel pubblico, Elisa si è sciolta e l'incanto ci ha portato altrove. Sulle cullanti note di una Ninna nanna per calmare le tempeste chiuse dentro i bambini, nell'abbraccio breve e intenso di alcuni haiku, nel fruscio sonoro del bastone della pioggia, fino al roboante frastuono della Metropoli di Beffamburgo.
Abituati al cattivo canto di tanta musica che infesta le nostre orecchie, ascoltare quello strumento meraviglioso, limpido e potente, ci ha fatto proprio bene.
Alla fine, per ricambiare la gentilezza di Elisa, i bambini le hanno donato un disegno, un haiku o una canzone scritta sull'onda della suggestione. Ognuno nel suo modo, ha detto grazie. E io sono stato felice perché martedì mattina lo ricorderò come il giorno dei ringraziamenti, quelli espressi e quelli interiori. Un giorno che vorrei chiamare non 'Giorno del ringraziamento' bensì 'Giorno della riconoscenza'. Io credo che sia bello e doveroso dirsi grazie.
Lo dico ai miei 24 bambini, a Elisabetta, la loro maestra degli scorsi anni che me li ha passati in consegna aiutandomi a comprenderli uno per uno, lo dico a Giulia, mio specchio e mia compagna di viaggio, a Sara che accoglie e illumina, a Tiziana che sorride e mi dona la luce anche se piove, a Carla che come una quercia racchiude sotto la chioma esperienza e storie, a Valentina che ci ha coinvolti in una magia unica di creature meccaniche, aironi e distese di bellezza; a Antonio e Alessandra che sanno sempre sorridere e porgere una mano; a Licia che attendeva di condividere la sua esperienza come un fondale marino segreto, a Daisy che sottovoce ci raggiunge con delicati pensieri e regala dolcezze che profumano di mandorle, a Elena che dialoga e che guida anche nel tempo avverso, a Cristina maga delle scienze e dell'informatica, a Licia riservata ma pronta ad aiutare, a Tamara dalla disponibilità unica, grazie ai giochi di prestigio e magia di Giancarlo. E poi ringrazio di cuore le due colleghe di sostegno, Letizia che regala sguardi trasversali e supporta tenacemente la mia disorganizzazione del mercoledì pomeriggio e Maria, con il suo ascolto costante e la sua delicata mano che sorregge.
Dico grazie ai genitori, coi quali il dialogo è necessario, a volte faticoso, a volte illuminante. Costruire percorsi richiede ascolto e rispetto e ce l'abbiamo fatta.
Ringrazio la scuola pubblica, questa, fatta di gente che lavora, che si confronta, che sopravvive in questi tempi in cui, la grande nave dell'istruzione statale sta andando a picco. Possiamo fare di tutto, tentare il tentabile ma alla fine, anche questa ricchezza e queste professionalità uniche, se le cose non cambiano, andranno a picco.
E di questo non diremo grazie a nessuno.

Elisa è andata via col sorriso.
In classe avevamo tutti il sorriso.
Le sorprese fanno bene.
Ancor di più, essersi detti: 'Grazie'.

Elisa, grazie a te per tutto. Grazie alla tua voce.
Martedì mattina non ce la scorderemo più.



foto by Carlo Alberto MAgli







martedì 21 maggio 2013

Memorie di un maestro precario: stralci di vita scolastica.

Stiamo disegnando durante la ricreazione. Siamo in classe perché piove. C'è chi gioca, chi chiacchiera, chi si lamenta. Io e tre bambini siamo seduti ad un tavolo e disegniamo. C'è Insicurobellamano, Disperataleggera e Beltrattopuntiglioso. Il disegno ci rilassa e il chiasso ossessivo del contesto ci passa sopra, quasi fossimo in una bolla. Ogni tanto qualcuno passa, incuriosito, entra nella bolla, commenta e se ne va.
- Maestro, ma come fai a disegnare così bene?
- Anche tu - dico a Insicurobellamano, per cui gli altri sono sempre più bravi - hai una bellissima mano. Vedrai che diventerai ancora più bravo...
- Sieee, ma te sei super.. io no
- E chi l'ha detto?
- Io, te lo dico io maestro, fidati.
- Ma io ho trentasette (trentotto sigh...) anni e tu nove!
- Dai maestro, come fai a essere così bravo.
Allora Beltrattopuntiglioso lo guarda e annuisce:
- Si allena. Si vede.
- E come ti alleni maestro?
- Disegnando tanto, tanto e tante cose diverse.
- Come ci fai fare te!
- Esatto.
- Ma te sei super, non si diventa come te. - Continua sempre convinto di non valere. E invece vale. Ho pure inventato un premio speciale alla mensa per fargli vincere una penna a china che ho comprato per lui, perché spero che metta a frutto quel meraviglioso tratto che lo distingue da tutti. Lui spera di fare il calciatore, io gli auguro di diventare un grande grafico.
- Ma sei bravissimo - gli ribatte Beltrattopuntiglioso.
- Sieee - e intanto disegna ridendo, con una leggera ironia.
- Ah, io non ce la faccio - si aggiunge sovrappensiero Disperataleggera. E' in uno dei rari momenti in cui si dimentica di offendere qualcuno, di piangere, di vomitare il suo dolore profondissimo. E di litigare con me. Sarebbe bravissima a disegno ma come in tutto quello che fa, dissipa e non porta a termine. Parla sopra pensiero.
- Che vuoi dire? - Le chiede Beltrattopuntiglioso.
- Che io sono naif, so disegnare ma non studio.
Rido.
Rido di cuore.
Si è ricordata perfettamente della lezione di due mesi fa su Ligabue e sul doganiere Russeau, quando ho parlato loro dei pittori naif prima di andare a visitare la mostra in città. Mi piace questa cosa che un concetto così particolare l'abbia colpita e si sia depositato bene nel suo cuore.
- Anche i pittori naif erano bravi, vero maestro? - Mi chiede lei senza staccare gli occhi dal suo disegno frivolo e sconnesso, ma dinamico come quello di un adulto.
- Certo.
- Anche se non avevano studiato tanto, come me! - E ride.
- Ma se tu studi diventerai ancora più brava. - Aggiungo io.
- No maestro, non ce la faccio proprio. Va bene così, non me la prendo.
Che dirle?
Ci sono maestri puntigliosi che l'avrebbero fatta ragionare dicendole che 'no, non puoi accontentarti. Sfrutta questa bella opportunità e dai ricchezza alla tua vita.' Ma la vita le ha riserbato già da piccola le cose più tristi. E lei è sfiduciata.
Ci sono maestri leggeri, che avrebbero riso ancora e ancora magari dicendole 'Sì, brava. Chi si accontenta gode.' Lasciandola nel suo brodo di sfiducia.
Altri ancora magari avrebbero detto: 'Ma tu sei bravissima'. Il che non è vero. Lei sarebbe bravissima ma non lo è. E non amo mentire. Spreca le sue doti e un maestro serio, se ama i suoi allievi, non può mentire riguardo alle doti sprecate.
Invece sono rimasto zitto.
Incapace di aggiungere qualcosa.
Dentro la bolla. E ho pensato quanto mi riesca difficile capire quale sia la cosa giusta da dire o da fare di fronte ai bambini 'perduti', perché lei è così, è perduta, l'abbiamo perduta. In questo anno schizofrenico l'ho abbracciata, l'ho terribilmente rimproverata, le ho parlato e l'ho punita. E, puntualmente, ho sempre avuto chiaro, come in quel momento dentro la bolla dei disegni, che non sapevo precisamente cosa fare.
- Se vuoi, posso insegnarti a allenarti. Sono qui per questo. Magari ci riusciamo, magari no. -
Mi è scappata questa frase, alla fine, dopo il silenzio.
Era l'unica verità che potevo asserire.
- Non occorre maestro, grazie. Va bene così.


lunedì 20 maggio 2013

Ferox qui detrahit: Il teatro oscillante. Memoria e recupero. La rigenerazione.

E' tempo di buon teatro.
In un momento di deriva pressoché totale su scala mondiale, quando le arti e la cultura precipitano e dove assistiamo alla celebrazione immeritata di pseudo-artisti pop come Damien Hirst, il teatro va in controtendenza.
Non tutto il teatro, s'intenda. Si vedono anche in quel frangente cose brutte, cose trite e ritrite. E, a dirla tutta, anche in quel teatro di ricerca o presunto tale, che ha l'ambizione di sperimentare, la fila dei disastri da citare sarebbe lunga.
Ci sono spettacolini furbetti di microcompagnie ben piazzate e alla moda che sfornano 30 minuti scarsi di stranezze omologate; consociamo registi grotowskiani che tengono i sandali anche se ci sono glaciazioni in corso e ripetono da anni la solita zuppa di tecniche cristallizzate; si acclamano presunti geni del momento, le Emme Dante che vorrebbero sembrare uterine e risultano fastidiosamente artificiose; in un'inutile revival del periodo beat, gruppi dedicati all'azione pura (che teatro non è, diciamolo!) cantano ispirati i versi di Ginsberg con facce permeate da un'insopportabile estasi (che hanno da ridere sempre così?) frammista ad isteria pseudo orientale... non se ne può più.
In quei casi, se quella è la ricerca, ben venga il taglio dei fondi.
Smettete di cercare perché state cercando male o fate finta.
Ma poi c'è il buon teatro.
C'è il memorabile Flauto Magico ricreato dalla grazia intelligente e limpida di Peter Brook, c'è una Tempesta shakespeariana rivisitata e ri-ambientata nella bella 'Miranda' di Oskaras Korsunovas, ci sono momenti di alta poesia nel teatro filosofico di  Lucilla Giagnoni dove l'apocalisse di Giovanni e l'Amleto si incontrano alla luce di riletture intriganti...
Poi c'è un teatro sommerso, un bellissimo teatro che pochi conoscono. Non è teatro amatoriale, nemmeno di professionisti anche se ha più a che fare con il secondo che con il primo.
Ho la fortuna di frequentare una di queste realtà da ormai dodici anni. Parlo di Teatro InBiLiKo.
Oggi ho assistito ad una loro performance nella sala rossa del teatro Politeama. Titolo del lavoro 'La rigenerazione'. Si trattava di una dimostrazione di lavoro, una sorta di risultato finale di un laboratorio annuale. In verità abbiamo assistito ad un vero e proprio spettacolo.
Accolti dal sorriso ospitale di attori e attrici vestiti di bianco, siamo entrati in una girandola di canti, frastuoni e silenzi. Azioni e narrazioni legate a memorie specifiche si sono concatenate e richiamate passando di continuo dalla suggestione all'evocazione, sempre in un serrato rapporto fra voce e azione, gesto e pausa. Si legge impegno e precisione, un gran coraggio nel mettersi in gioco, il mix speziato di idiomi e lingue: dal toscano di molti al campano, fino ad uno struggente pugliese garganico che intona canti alla vergine mentre un roboante, crescente Jacopone da Todi crea effetti di distorsione. E poi la lingua inglese che sposta l'asse in una dimensione altra, estraniante eppure necessaria all'evento.
Spiegare 'La rigenerazione' non è facile eppure, chiunque vedesse questo breve e simmetrico spettacolo di candore, troverebbe un suo sentiero, una memoria utile che riaffiora, la verità della commozione per quegli istanti che sono stati 'allora', che segnano ma che si dispongono quasi asetticamente dietro una coltre di effetti di disturbo. Recuperarli significa andare oltre la paura, la vertigine, il senso di disagio, un solleticante assalto di attriti. Gli attori citano le loro memorie, le fissano pur sottoposti ad onde magnetiche che deformano, alterano, spezzano.
Si ride, ci si commuove, si osserva rapiti dai corpi e dalle voci.
Ognuno che osserva corrisponde ad un ognuno che agisce.
E questa magia, potente e veritiera, è il segnale che il grande teatro, il bel teatro, sta anche nella ricerca ed esiste, palpita, nonostante tutto.
Grazie Teatro InBiLiKo.
Finalmente un luogo altro dove sentirsi piacevolmente scomodi.


sabato 18 maggio 2013

Memorie di un maestro precario: bambini fusi, maestri fusi.

La sto osservando da diversi minuti. E' l'ora di ricreazione. Parla da sola, fa anche dei versi, del tutto incurante del mondo che la circonda e di me che la osservo. Mi avvicino:
- Ehi, cosa fai?
- Sì, lo so maestro che parlo da sola. Ma sono cose personali...
Si allontana danzando e rimango interdetto.

- Prendimi in collo maestro! - A chiedermelo è il piccolo playboy della classe. In altezza si trova a combattere con un contesto di giganti ma è un furbo, sa di piacere.
Lo prendo in collo, è leggerissimo.
- Guardate ragazzi! - grida agli altri - E ricordatevelo. Io dominerò il mondo come il maestro!
Lo metto a terra e a tempo di hip hop (segue un corso di danza ed è bravissimo) se ne va.
Rimango interdetto.

- Maestro chi è questo Stefano a cui stai scrivendo un messaggio col cellulare? - Mi chiede a ricreazione la bambina-cozza che mi spia alle spalle.
- Un mio amico insegnante.. - Poi mi blocco e la squadro malissimo- e te perché non ti fa gli affaracci tuoi, curiosona?
- Ma dai, io sono la tua segretaria!
- Pussa via, lasciami stare!
Se ne va sbofonchiando : - Ragazzi qua se non finisce la scuola si va tutti di fuori!
Rimango interdetto col cellulare in mano. Giuro che è l'unico messaggio che ho spedito, durante la ricreazione, in un anno di scuola.

Arrivo a scuola presto. Trovo la mia petulante, fantastica segretaria di nove anni che sta tenendo banco. E' loquace come un mercato magrebino.
- Maestrrooo... maestrinooo mio! Sai, ho fatto come dici tu.
- Cioè?
- Ho brontolato i miei genitori!
Mi sento morire. Ripercorro in un secondo giorni e giorni di discussioni. No, non le ho mai detto di brontolare i suoi genitori.
- E io ti avrei detto di fare questo?
- Senti - e mi si affianca con complicità afferrandomi a braccetto - Sai quando l'altro giorno ci dicevi che la televisione ci fa male? Che almeno a tavola dovremmo spegnerla e parlare insieme coi genitori e i fratelli?
- Sì!
- Ieri babbo ha provato ad accenderla a cena e io subito l'ho sgriato: ah no! Gli ho gridato! Il maestro ci ha detto che non si guarda la televisione a cena!
- Ma io...veramente....
- Ah, vedessi maestro. L'ha spenta subito.
- Mi odieranno i tuoi genitori.
- Ma no, no! Ho fatto bene.
- Povero babbo e si è arrabbiato?
- Si è arrabbiato quello lì!!!  - ride di gusto - Ma stai scherzando? Quello fa come dico io!
Si allontana. Rimango basito.

- Maestro, che si fa stamani?
- Ora faremo un po' di grammatica.
- Oh nooo .... - poi vede la mia faccia truce e ride imbarazzato ... - oh nooo, solo un po'! Volevo farla tutta la mattina...io ... la grammatica.

- Bambini, gli Egizi erano politeisti e credevano in migliaia di divinità! -
- Sì, oh, migliaia e che erano? Ma come facevano a pregarle tutte?
Silenzio. Lo squadro malissimo e si zittisce.

- Bambini, sapete che differenza c'è fra cultura e intelligenza?
Si sperticano nelle più svariate ipotesi ma non colgono nel segno.
Spiego loro che l'intelligenza è una cosa multiforme, un modo di capire il mondo che abbiamo tutti. Che la cultura è ciò che apprendiamo, è il sapere, il saper fare. Che l'una serve all'altra, che la cultura allena l'intelligenza. Son due ruote che si azionano una con l'altra...
- Maestro, ma io sono intelligente?
- Certo! - poi penso che mi ha fatto tribolare disperatamente per un anno intero. Che è  intelligentissima ma anche oppositiva, svogliatella, provocatoria - Sei intelligentissima ma poco colta!
- E allora?
- Allora allena quella testa meravigliosa che hai!
Mi guarda, riflette. Annuisce:
- Mah, mi sa che non ce la posso fare.
- E perchè no?
- Stanchezza.
Le sorrido. Basito.




lunedì 13 maggio 2013

Il senso di un compleanno. Le tappe.

Era martedì quando sono nato, il 13 maggio del 1975.
Maggio mi regalò il segno del toro e dunque il dominio sensuale di Venere. Il giorno della settimana mi segnò con la spada di Marte e mi consegnò ad una vita guerresca.
La prima cosa che ho disegnato sono state balene e meduse.
A due anni ho tentato di strozzare una rondine ma i miei genitori, che credevano che i bambini fossero buoni (ma da allora non più), la salvarono.
A quattro anni ho deciso che disegnare era una roba fantastica.
A cinque anni i miei amici mi guardavano in cagnesco perché li costringevo a disegnare.
A sei anni è iniziata la scuola ed è finita la pacchia. Il giorno del mio sesto compleanno spararono al Papa ed io ero incazzatissimo perché tutti davano più importanza a lui che a me.
A sei anni e mezzo, visto che strimpellavo orrendamente il piano di mia nonna, mi costrinsero a studiare musica.
A sette anni è nato mio fratello Francesco:ero felicissimo. Ho scelto io il suo nome.
A otto anni, grazie alla mia maestra, ho scoperto la meraviglia dello scrivere.
A nove anni ho capito che qualcosa non andava. Che il mio modo di essere non quadrava del tutto col mondo.
A undici anni sono diventato uomo.
Sempre a undici anni ho composto la mia prima musica, alterando di un grado un esercizio del bayer.
A dodici anni vinsi un concorso per un libro che avevo scritto e mi operai di appendicite così che non potei ritirare il premio.
A tredici anni ero nel casino più totale e non capivo molto.
A tredici anni soffrivo come un cane.
A quattordici anni ho iniziato il liceo Majorana ed è partita la fase più difficile della mia vita. Non tornerei a quegli anni infami nemmeno se mi pagassero.
A quindici anni mi sono rinchiuso in una stanza col mio pianoforte, le matite e la penna e ci sono rimasto per tanto. Il mondo esterno mi spaventava. Ebbi bisogno di aiuto.
La mia adolescenza non mi è piaciuta molto.
A diciassette ani ho capito che non quadrare del tutto col mondo fa soffrire ma ci si può fare. Avevo tantissimi capelli.
A diciannove anni ho capito quello che già sapevo. Ma dovevo dirlo. C'è chi è fatto per il sole e chi per luna. Stavo dalla parte della luna. Iniziai a perdere i capelli. Mio padre e mia madre e carissimi amici mi sollevarono verso il cielo.
A diciannove anni ho iniziato l'Università. Anni meravigliosi, la mia rinascita.
A venti anni ho intrapreso lo studio dell'arpa celtica.
A ventiquattro anni mi sono laureato la prima volta, in storia dell'arte. La mia band nasceva quello stesso anno e la musica mi abbracciava definitivamente.
A ventisei anni ho vinto il dottorato e mi sembrava quasi di essere bravo. In quell'anno ho conosciuto l'amore ed è ancora qua, con me, nel tempo avverso e in quello favorevole. La mia terza rinascita.
Avevo ventisette anni quando mia nonna paterna è divenuta cieca. Iniziai allora a scrivere la città rosa.
A trentanni iniziai a capire che in Italia il merito non aveva molto senso e che le cose si mettevano male.
A trentadue anni, dopo dieci anni di bellissimo e mal retribuito lavoro didattico nei musei con bambini e adulti, ho mandato a quel paese una direttrice dispotica e scorretta. Mi sono iscritto di nuovo all'università.
A trentatre anni, mentre studiavo, sono stato insegnante di sostegno nella scuola superiore, ed è stato meraviglioso.
A trentaquattro anni mi sono laureato per la seconda volta e ho iniziato la mia attuale professione di maestro nella scuola primaria. Quell'anno è morto mio nonno.
A trentasei anni, grazie a mio padre e mia madre, ho fatto un mutuo ed ho comprato una casa in un posto bellissimo.
A trentasette anni ho pubblicato il mio primo libro!
Oggi compio 38 anni. Un bel traguardo. Mio fratello mi ha regalato una nipote, Lidia.
Mi guardo allo specchio. Testa rasata per ingentilire la calvizie, barba con parecchi peli bianchi (ma molto affascinanti, direi). Un cd con la mia band in uscita, lo spettro della disoccupazione estiva alle porte, l'amore vicino, il bene di tante relazioni che mi circondano. Fra queste, due nonne formidabili simili a querce.
Grazie! Grazie 13 maggio per avermi consegnato alla vita. A questo gran fluire contrastato. Ti ringrazio per le nuvole che mi accompagnano da sempre, come balene fluttuanti. A ricordarmi che un cielo azzurro, terso e limpido, non è bello se non è attraversato dal transito bianco dei nostri sogni e delle nostre battaglie. Le nuvole-balene! Le stesse che disegnavo da bambino.
Sono nato sotto il segno di Venere e sotto quello di Marte, non me lo scordo.
La passione l'alimento e se c'è da combattere, io vado.
Ai miei capelli andati, alla parte della luna che ancora è in ombra, alla bellezza delle persone incontrate, al mio amore.
A mia nipote Lidia, che rende questo compleanno diverso, più profondo di tutti gli altri.
Auguri Riccardo, ti voglio proprio bene.








domenica 12 maggio 2013

A mia madre.

Vorrei consegnare ad uno dei grandi autori della mia vita, Seneca, le parole per dire a mia madre grazie. Le recupero da un testo che mi ha sempre commosso e fatto riflettere, la 'Consolazione alla madre Elvia', che il grande letterato e filosofo scrisse fra il 41 e il 49 d.C. durante il duro esilio in Corsica. Cito il passo iniziale, di una bellezza limpida, ed un passo del 5 paragrafo, che mi sembra terribilmente attuale. Quando si diventa adulti, in un Paese malato come il nostro e quello in cui viveva Seneca, anche il rapporto con le madri assume i toni di un dolente dialogo. Oggi, come allora, un figlio può sentire il bisogno di consolare, paradossalmente, la propria madre per il dolore che essa prova proprio per le sorti sfortunate capitate alla propria progenie. 

' Spesso, mamma carissima, ho sentito l'impulso di consolarti, spesso l'ho bloccato. Molti motivi m'incoraggiano a osare: in primo luogo pensavo di liberarmi da ogni pena, se, pur senza poter eliminare le tue lacrime, le avessi almeno asciugate; poi ero certo che sarei meglio riuscito a sollevarti se fossi stato io a risollevarmi per primo; infine temevo che la fortuna, vinta da me, vincesse qualcuno dei miei cari.'

'La nostra condizione è buona al momento della nascita; è colpa nostra se la peggioriamo. La natura ha agito in modo che non ci vuole molto per vivere bene: ognuno è in grado di rendersi felice. Poca importanza hanno le cose esteriori e poco possono in entrambi i sensi: non esaltano il saggio quando vanno bene e non lo abbattono quando vanno male, perché si è sempre sforzato di contare solo su se stesso, di cercare in sé ogni soddisfazione. Ma allora dico di essere un saggio? No, certo.               [....]

L'avversa fortuna non annienta nessuno, se non chi ha illuso la buona'

Con le parole di Seneca, mamma, ti abbraccio e ti consolo consolandomi.
Il tempo non ci ha regalato il futuro che avremmo voluto per me. Tu hai fatto di tutto perché il mio futuro arrivasse e ciò che di buono è venuto è soprattutto merito dell'impegno di chi mi ama. Il tempo inclemente che è sceso sul mondo, ha reciso le ali ai sogni di noi figli. Ma resta forte il senso meraviglioso di quello che, dentro e fuori, spiritualmente e materialmente, hai fatto, con mio padre, per tenermi a galla. Oggi ti regalo le nuvole, le nostre nuvole, ricordi?

Ti amo

giovedì 9 maggio 2013

Sensibilizzazione e ipersensibilizzazione: sposare le cause senza nuocere alle cause. Il femminicidio,

Chi ha avuto modo di leggere i miei interventi, non potrà disconoscere il mio sostegno alle iniziative a favore delle donne, contro la violenza sulle donne. Chi mi conosce sa quanto il tema mi prema. Sa quanto io mi impegni da anni in favore di un nuovo modo di liberare la persona dallo schema di genere e soprattutto può tastare con mano quanto io sostenga un movimento 'di uomini che portino avanti le rivendicazioni e i diritti delle donne'. Sono convinto infatti che siamo noi uomini, oggi, a dovere risarcire millenni di prevaricazione accostandoci alle nostre sorelle, madri, compagne, figlie, amiche, per condurre con loro e per loro la lotta verso un'effettiva parità che ancora, ovunque, non esiste.
Con il mio gruppo musicale ho realizzato anni fa un cd, intitolato 'Malefiche', dedicato interamente ad una ricerca, durata due anni, sul tema della donna e del maleficio (male facere = esercitare il male). 

http://www.actiasluna.it/1/malefiche_visioni_e_pensieri_1948.html
In quel cd  provocatorio, che ci rese sgraditi immediatamente a molti degli ambienti che contano a Lucca, si rovesciava volutamente il campo semantico del termine maleficio: esso diveniva ciò che le donne avevano dovuto subire, l'affronto perpetrato per secoli, da parte di governi, religioni e uomini che le donne le hanno demonizzate, schiacciate, delegate e, comunque, percepite come entità sociali subordinate. Una dopo l'altra tornavano dunque a rivendicare una sorta di rivalsa o di rivincita (nel migliore dei caso un chiarimento), Magdalena, Vesta, Artemisia Gentileschi, Saffo, Murasaki Shikibu. Donne che per varie vicissitudini erano state sottoposte al giudizio per aver infranto la norma. E la norma, da sempre, è la norma degli uomini e mai delle donne.
Dico questo per mettere in chiaro come la penso. Mi schiero dalla parte delle donne e sostengo le loro battaglie, soprattutto quando sono esenti dall'insopportabile nevrosi ultrauterina di un certo basso femminismo che, grazie a dio, non ha nulla a che vedere col grande femminismo che ci ha indicato la giusta via da percorrere.
Partiamo dunque dalla considerazione che sono dalla parte delle donne, contro la violenza in senso lato e, specificamente, contro la violenza sulle donne.
Sposo la causa, inevitabilmente, della sensibilizzazione verso il tanto nominato 'femminicidio' in atto in Italia, i cui dati, ormai all'ordine del giorno, sono preoccupanti.
Però dico anche: attenzione!
Lo dico ai giornalisti e alla classe dirigente che, come spesso accade, quando avverte un 'argomento di comodo', ancorché importantissimo come questo, lo fa proprio e lo riproduce in modo esponenziale per dirottare l'attenzione, focalizzarla solo lì, soltanto lì, in modo da distrarci anche da altre cose.
Ho contato, ieri sera, all'interno del tg1, ben 6 notizie legate a donne uccise, scomparse, maltrattate. Episodi terribili di cronaca nera locale che vanno segnalati ma che, in questa saturazione morbosa, non solo ingolfano il notiziario ma rischiano, pericolosamente, di far perdere alla delicatissima urgenza del tema, la sua limpida, mostruosa verità.
Fare cattivo giornalismo è come fare cattiva politica: significa infierire, significa confondere le acque anziché illuminare le coscienze. Sono certo che dopo il tg1 di ieri sera non si è creata più coscienza sul tema del femminicidio (uso questo termine così orribile perché l'abuso di esso è sotto gli occhi di tutti), bensì si è accresciuto quel morboso senso provinciale di curiosità, al più si è blandita una sensibilità di superficie. Le notizie hanno occupato il posto di altre ma hanno disperso il proprio potenziale.
A coronamento di questo senso di vuoto, di non reale volontà di incidere sul problema, si è espressa la neo ministro per le pari opportunità Josepa Idem sempre nel corso di uno dei tg nazionali. La povera ministro si è lanciata in un discorso vuoto, privo di riferimenti se non numerici, dicendo tanto per non dire nulla. Ha parlato di sinergia (parola insopportabile di comodo estetico), di lavoro incrociato fra ministeri ma in conclusione ha presentato una cornice vuota. 
Il che è preoccupante. Molto preoccupante.
La percezione, amiche donne e amici uomini, è che dobbiamo sensibilizzarci seriamente lontano dalla cattiva politica e dal cattivo giornalismo. Attingere sì alla cronca locale ma per levarci sopra, per leggere i dati su orizzonti spaventosamente allargati.Solo là, con interventi mirati, puntuali, fatti di competenza e sobrietà (quella di una Gabbanelli o di uno Jacona, ad esempio) possiamo sperare di non eccedere per passare in un attimo dal fare il bene di una causa ad affossarla per sempre.
Un abbraccio alle donne.
Ed uno agli uomini che amano le donne.

https://www.youtube.com/watch?v=C9yQTL69HdM